Cinema

“È solo la fine del mondo” e la voglio passare con Xavier Dolan

L’ultimo film di Xavier Dolan dimostra la maturità di uno che, a 27 anni, è già tra i grandi autori degli anni Duemila.

Louis sta viaggiando in aereo per raggiungere la famiglia che non vede da molti anni. La madre premurosa e un po’ matta, il fratello irascibile, la fragile sorella lo attendono. Non sanno che il motivo della visita è annunciare la sua prossima dipartita.

Il testo di Jean-Luc Lagarce È solo la fine del mondo, da cui Xavier Dolan ha tratto l’omonimo film, è un must in Francia. Nel conto delle repliche teatrali viene tutt’ora superato solamente da Molière. La malattia, evidentemente, che sia reale o immaginaria, affascina i cugini d’oltralpe, ma ha meno presa nei teatri nostrani dove gli si preferiscono lo struggimento esistenziale pirandelliano e i fantasmi di Eduardo.

Ma il cinema è altro, Dolan lo sa benissimo, nella sua precocità abbacinante spesso scambiata per furberia. Ed ecco che un testo complesso come, appunto, quello di Lagarce, che intreccia dialoghi e personaggi con tempi sincopati, che gioca sul linguaggio stravolgendo l’esperienza del lettore/spettatore, nelle mani del regista canadese diventa un thriller dell’abbandono, una sfida di attese, ricordi e primi piani.

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Torniamo alla furberia, quella di cui spesso viene tacciato in modo dispregiativo. Siamo di fronte a uno dei pochi registi che ancora sceglie di parlare con le immagini, che non si è arreso alla mediocrità e per questo viene considerato lo spauracchio del cinema anestetizzato degli anni Duemila.

Sono furberie i fenicotteri rosa sul tetto? Sono furberie i due palloncini rossi che si alzano in cielo dal vetro posteriore del taxi che sta trasportando il protagonista a casa? E ancora, è una furberia l’uccellino morto?

Ma allora, chiediamoci, cosa dovrebbe fare il cinema? Sostituirsi ai documentari National Geographic o esser divertente, triste, lento, veloce, con una bella fotografia?

Perdonate la quantità inusitata di domande per un articolo di questo tipo, ma dall’uscita di Mommy (2014) chi scrive ne ha sentite di tutte su Xavier Dolan: da chi lo salutava come il nuovo messia della cinefilia a chi ne riconosceva i tratti dell’anticristo cinematografico, fino a quelli che “boh, non c’ho capito niente”. Poi però ci sono i film che parlano: l’esordio fulminante e sporco nel dittico J’ai tué ma mère e Les amours imaginaires, il commovente Laurence Anyways, l’imperfetto Tom à la ferme e infine il film al centro di questo articolo.

E non c’è niente da capire, solo battere alla stessa frequenza di un cuore sensibile, oppure accettarne passivamente la grande capacità di dipingere anatomie, magari cercando aria dopo l’ennesima sfuriata di Antoine, fratello di Louis interpretato da un irrequieto Vincent Cassel, oppure soffermando lo sguardo sulle mani(e) della madre Martine.

Ché il film scorre con ritmo hitchcockiano, con l’assassino noto fin dal primo minuto, l’AIDS, e lo spettatore che fino alla fine sarà sempre un passo avanti rispetto ai personaggi. Difficile raccontare qualcosa con queste premesse. Forse non ne vale la pena. E invece sì. Perché, nei dialoghi di una famiglia divisa e riunita attorno al tavolo solo dalla morte, Dolan innesta l’invidia fraterna, la stolida accettazione materna delle anomalie, la discrezione timorata verso un marito incompreso, l’affetto infinito di una sorella e il doloroso silenzio di chi sa che sta per lasciare tutto questo.

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Le parole entrano in campo solo quando le immagini diventano insostenibili, quando il loro peso risulta eccessivo per il regista stesso che, come tutti gli artisti, mette sempre un pò del suo passato nelle opere, soffrendo ad ogni taglio di montaggio.

Probabilmente solo grazie ai sedimenti del tempo potremo parlare di È solo la fine del mondo utilizzando termini scomparsi come “grande cinema”, “cinema d’autore”; magari lo rivedremo in dvd, su una tv 40 pollici a Led, col cellulare sempre sotto mano per scrollare la bacheca di Facebook, il cane che salta sul divano ogni tre per due e qualcuno che passa davanti allo schermo urlando al telefono, e alla fine diremo “bello” non avendo comunque capito nulla di quello che abbiamo visto.

Perché già oggi non sappiamo distinguere il cinema da un flusso ininterrotto di contenuti scomponibili all’infinito, e ancora cerchiamo significati che non esistono mentre basterebbe avere il tempo di ascoltare i dialoghi scritti da un 27enne al suo sesto film e attendere i titoli di coda per scoprire lo stesso 27enne autore del montaggio e dei costumi.

Voi dove eravate a 27 anni? Di cosa stiamo parlando?

Michele Galardini