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Westworld stagione 1: personaggi a caccia dello spettatore

Terminata la prima stagione di Westworld, la serie che più di tutte ha messo in scena il complicato rapporto fra personaggi, autore e consumatori.

SPOILER ALERT!

Dolores: There is beauty in this world. Arnold made it that way, but people like you keep spreadin’ over it like a fuckin’ stain.

Logan: OK. I don’t know who this Arnold is, but your world was built for me and people like me, not for you.

Dolores: Then someone’s gotta burn it clean.

Westworld, tra le tante (e sono davvero tante) altre cose, offre un punto di vista su un tema cruciale della teoria della narrazione: di chi è la storia? Dell’autore? Dei personaggi? Dello spettatore? Una questione non così elementare, Watson.

Questa serie è praticamente un manuale di sceneggiatura e narratologia ambulante, un manifesto su come si costruiscono le storie. Quella che abbiamo tra le mani è, infatti, una storia (il parco Westworld) dentro una storia (la serie Westworld) che ha, di conseguenza, personaggi (es: Maeve che interpreta la maitresse o la contadina) che sono interpretati da personaggi (Maeve fuori dal parco ma ancora dentro la narrazione della serie). Confusi come un camaleonte in una vasca di smarties? Keep calm and carry on.

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Gli hosts che abitano questo mondo immaginario, a metà tra “il tutto può succedere e può essere mostrato” tipico di HBO e l’ambientazione alla Signora del West, se anche iniziano come comparse, fatte apposta per intrattenere il pubblico pagante che entra in questo mondo fittizio – e mai metafora fu più perfetta per descrivere la condizione del personaggio nella narrazione – ben presto finiscono per avere una coscienza. Sono personaggi che, appena divengono senzienti (grazie all’attivazione della Mente Bicamerale) vanno alla ricerca di qualcosa: Dolores vuole la pace e una vita migliore altrove, Teddy vuole redenzione, Maeve vuole la libertà, Bernard la co(no)sc(i)enza.

Il punto è proprio questo, che loro vogliono, che compiono ragionamenti e azioni al di là di quello che la loro linea narrativa imporrebbe, al di là di quello che gli autori (di cui Mr. Sizemore, Charlotte e Teresa sono l’incarnazione) hanno scritto per loro, al di là di quello che i guests (e noi spettatori con loro), in quanto visitatori di questo mondo narrativo, vorrebbero vivere.

Tra colpi di scena mozzafiato e disvelamenti degni della migliore tradizione feuillettonesca (e capiamoci, è un complimento) abbiamo qui la rappresentazione di uno dei maggiori sogni (o incubi) di noi avidi consumatori di storie: che i nostri personaggi preferiti prendano vita e colonizzino la nostra realtà. E lo fanno poco a poco, fino ad arrivare a quella magnifica esplosione di violenza e catarsi che è il finale.

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Gli ultimi minuti dell’episodio 10 non sono solo un plot twist pazzesco, ma anche e soprattutto una vendetta: la vendetta simbolica di tutti i personaggi di celluloide/cellulosa/bit che sono stati oppressi dai propri creatori, abusati dalla trama, sfruttati, fottuti e/o uccisi da noi guests-consumatori. Logan e Will sono proprio questo: gli avatar di noi spettatori nella storia. Il primo è il prototipo dello spettatore occasionale, che entra nella narrazione perché è divertente e perché lo fanno tutti; Will invece è lo spettatore-fan, quello che una volta entrato non può più uscire, che deve arrivare al centro del maze, per carpire ogni segreto di quel mondo e fin dove può arrivare. Entrambi però, come dimostra Dolores nel finale, sono modelli fallimentari, e se Logan si ritrova fagocitato dal mondo narrativo senza poterne uscire, Will ne esce a mani vuote, perché, come gli è sempre stato detto, “The maze isnt meant for you”.

E siamo noi che Dolores, dopo aver ucciso Mr. Ford/l’Autore per antonomasia, punisce e uccide nel finale, noi spettatori/guests che, come clienti paganti, usiamo questi personaggi e il loro bellissimo mondo tanto quanto i loro autori, senza avvederci di quanto è bello e di quanto vale.

Di chi è la storia quindi? Morto l’autore, morti i consumatori, non rimangono che i personaggi. Elementare, Watson.

Sara Casoli