Cinema

Venezia73: “The Light Between Oceans” di Derek Cianfrance

Il nuovo film del regista di “Come un tuono” non convince, anzi, per lunghi tratti lascia il pubblico nella noia più totale.

VENEZIA73 – IN CONCORSO – The Light Between Oceans di Derek Cianfrance

“There is a light that never goes out” cantavano gli Smiths negli anni ’80. In questo caso giocando con il titolo del film, la luce si spegne o meglio forse non si accende mai completamente del tutto.
The Light Between Oceans di Derek Cianfrance, tratto dall’omonimo romanzo best-seller di M.L. Stedman, si presenta con tante ambizioni a partire dalla storia che nel 2012, anno di uscita del libro, fece scalpore per la coinvolgente storia sul destino, l’amore e i dilemmi morali che una coppia deve affrontare per vedere i loro sogni realizzati.

Tom Sherbourne (Michael Fassbender) è un veterano ancora traumatizzato dalla guerra che accetta il lavoro di guardiano del faro sulla disabitata Janus Rock, circondato dal nulla se non dalla vastità del mare, in cerca di conforto nella solitudine. Ha intenzione di rimanere solo, ma inaspettatamente al porto incontra Isabel Graysmark (Alicia Vikander), una giovane e vivace donna della città di Partageuse, ancora in lutto per due fratelli perduti durante la guerra. Nonostante gli ostacoli, il loro amore fiorisce in quell’estremo isolamento e ben presto si sposano. Desiderosi di avere un figlio e non riuscendoci la provvidenza sembra tendere loro la mano quando una notte arriva una misteriosa barca a remi con dentro un uomo morto e una neonata, scatenando una serie di decisioni che si dipanano con conseguenze devastanti.

light between oceansNonostante le premesse, dal cast importante formato da Michael Fassbender, Alicia Vikander, Rachel Weisz, al luogo scelto da Cianfrance per le riprese (la Nuova Zelanda), il risultato è tutto tranne che convincente. Il regista del bellissimo Blue Valentine si conferma altalenante nelle sue opere, in particolare le ultime, poco convincenti (vedi Come un tuono). La sceneggiatura, adattamento del romanzo e scritta dallo stesso regista, si rivela lacunosa e a tratti sbrigativa così come il montaggio che tralascia spesso particolari importanti scadendo in sequenze piatte anche nei momenti di maggior pathos.

La solitudine, tra i temi portanti del libro, viene liquidata nella prima mezz’ora; la prova degli attori, Rachel Weisz su tutti, non è abbastanza per ridare dignità ad un film che non riesce, durante le oltre due ore, a catturare veramente l’attenzione dello spettatore.
Anzi, supportato da dialoghi il più delle volte banali e mielosi, ci troviamo costretti ad assistere alle sventure dei coniugi Sherbourne privati anche di quel briciolo di umana empatia.
Nemmeno la vastità dei paesaggi selvaggi ed incontaminati della Nuova Zelanda, che avrebbe potuto essere il valore aggiunto alla storia, risaltando il profondo amore dei due protagonisti e il tenace desiderio di maternità, riesce a sollevare le sorti del film, e ad accendere davvero quella luce che avrebbe illuminato la noia.

Luisa Lenzi