Cinema

Venezia73: “La región salvaje” di Amat Escalante

Un oscuro oggetto del desiderio atterrato in Concorso a Venezia73, il quarto bellissimo film di Amat Escalante.

VENEZIA73 – CONCORSO – La región salvaje di Amat Escalante

In mezzo ai boschi di una città messicana, dentro una capanna a pannelli solari gestita da due hippie, vive una piovra aliena che si nutre di passione sessuale e la trasmette alle sue “vittime”. Veronica, che da anni fa visita al mostro, convince Alejandra, madre premurosa e moglie insoddisfatta, a fare altrettanto. Ancora non sa che suo fratello, l’infermiere Fabian, e il marito, Ángel, hanno una tresca omosessuale, ma quando il primo viene trovato morto in un fosso, la verità viene a galla.

Meglio il “vergogna!” gridato al termine della proiezione stampa di Piuma oppure l’applauso di convenienza che ha accompagnato La región salvaje? La cosa migliore sarebbe stata scambiare le due reazioni perché, se il film di Roan Johnson è una commedia che diverte ma non ha alcuna pretesa a livello contenutistico o stilistico (detto in senso positivo, come puro abbandono alla dimensione ludica di una storia, per molti versi, fin troppo seria) il quarto film del messicano Amat Escalante è fatto apposta per costringere i più bigotti ad alzarsi dalla sedia, sconcertati, bofonchiare qualcosa nel buio della sala, girarsi verso il vicino e ridere delle stranezze di un film che non hanno voluto capire fin dalla prima sequenza.

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Dai tempi di L’esorciccio il film di Escalante, in concorso a Venezia73 è forse una delle opere che parla in modo più aperto dell’Es, della libido e di tutte le condizioni o strutture che ne impediscono l’emersione (speravate in un paragone meno Pop, più d’autore, ma questo offre la mia memoria in questo momento).

Cos’è la piovra aliena che soddisfa le donne e dilania gli uomini? Semplicemente l’ultimo avamposto del piacere, nascosto al di fuori della vita civilizzata eppure rispetto a essa molto più evoluto. Talmente evoluto che è già, in qualche modo, un tentativo di preservare il futuro, attraverso energie sostenibili, il ritorno alla terra, la difesa della Natura e, ultimo ma non ultimo, il lato più primitivo dell’essere umano. Un tentativo di impedire al mondo di diventare quel luna park asettico e privo di felicità che Drake Doremus ha ipotizzato in Equals (uno dei peggiori film mai visti in Concorso a Venezia).

Nella società raccontata da Escalante le donne sono creature inchiodate al letto da mariti che le posseggono senza nemmeno sincerarsi che siano sveglie, mentre gli uomini hanno spostato talmente in avanti il limite del machismo (la pisciata all’aperto e la lotta libera anche sul posto di lavoro come moloch di virilità) da non essersi accorti di aver calpestato e superato il punto di non ritorno.

Il marito e il fratello di Alejandra si trovano a casa del secondo per fare sesso, ma è puro vizio senza sentimento, non c’è amore, solo la dipendenza nei confronti di un’esperienza che non ha alcun risvolto di gender: è come andare a caccia per il solo scopo di respirare il fumo del fucile dopo il colpo.

Il centro di tutto il resto, ovvero di quel piacere che accoglie le donne e rifiuta gli uomini, colpevoli di aver creato una società maschilista, misogina, omofobica e, in definitiva, violenta, è la casa nel bosco dove abita il piacere, sotto forma di un’entità di puro desiderio che non può nascere dalla Terra e quindi cade dal cielo dentro un meteorite.

Perché sul nostro pianeta nascono persone che, di fronte alla tragedia di un infermiere omosessuale ucciso, hanno il coraggio di intitolare un articolo “Hanno annegato un piccolo frocio”, lo stesso che ha provocato nel regista la scintilla per scrivere il film. A loro, probabilmente, e non ai protagonisti di Piuma, dovremmo rivolgere il grido “vergogna!”.

Michele Galardini