Cinema

Venezia73: “Colombi”, intervista a Luca Ferri

Intervista a Luca Ferri, in occasione della proiezione della sua ultima opera “Colombi” nella sezione Orizzonti di Venezia73.

VENEZIA73 – ORIZZONTI Colombi di Luca Ferri

Colombi, il nuovo film di Luca Ferri prodotto da Lab 80 Film, è stato presentato a Venezia73 giovedì 1 settembre. Controllate i check-in di quel giorno, non troverete il nome dell’autore bergamasco. Andate sulla sua pagina Facebook e lo troverete impegnato su sentieri a 2.300 metri d’altezza, sul Passo Laghi Gemelli, o sul “severo” (così lui lo definisce) Passo Valsecca. Da lì non si vede il red carpet, non si sente l’odore acidulo e sudaticcio delle feste al Lido, non si devono “schedulare” appuntamenti. Si può solo attendere, pazientemente, che qualcosa accada, come l’incontro con un gruppo di caprette di montagna, oppure la chiamata che dà il via a questa intervista.

Hai bigiato la prima di Colombi a Venezia, dove sei ora?

Sul sentiero delle Orobie, un percorso in otto tappe che va dai mille ai 2.800 metri. Posti incontaminati, bellissimi. Ci avevano invitato a quattro, cinque feste a Venezia ma abbiamo sempre declinato gentilmente.

In che modo hai lavorato sul materiale vivo del film?

La prima parte di riprese è stata fatta nel 2014, con gli intervalli di Dario Bacis che suona. Avevo un’idea,  ma poi ho iniziato a frequentare questa casa di riposo, un giorno alla settimana per cinque mesi, ed è scattato l’innamoramento visivo sia nei confronti del signor Giovanni Colombi che di questa signora, Annunciata Decò, che in realtà, non si conoscevano. Nella vita reale il signor Colombi è sposato con un’altra donna. Successivamente è arrivato il testo e poi la voce narrante che, per la prima volta, non è metallica. Questo per me è un grande passo.

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Come mai hai scelto una voce umana?

Aver conosciuto due persone così belle richiedeva un’accortezza diversa rispetto ad Abacuc e Curzio e Marzio e una maggiore delicatezza per affrontare un argomento, l’auto-esclusione dal mondo,  che richiedeva un approccio più caldo, più umano.

Nelle prossime opere tornerai indietro alla voce narrante impersonale?

Penso che si sia chiusa una prima parte del mio percorso. Ho voglia di continuare a rischiare e di provare strade nuove anche se penso che un vero autore, in fondo, faccia sempre lo stesso film. Ora sto lavorando ad un lungometraggio di finzione pura, assieme a due attori molto importanti, che spero di finire per il 2019. La voglia, comunque, è quella di cambiare, di non dare punti solidi di riferimento.

Nell’insieme di Colombi che ruolo gioca il testo?

Il film è matematico, molto strutturale, e quindi il testo è l’elemento che lo porta su di una dimensione più empatica, verso una forma di pietas, di compassione.

E la durata?

Sento che la dimensione di durata del film è solo temporale, non di contenuti.  Non ci vedo niente di minore in un cortometraggio, per me è equivalente ad Abacuc. Di solito il corto è vissuto dallo spettatore quasi come un antipasto, ma io non mi pongo il problema della durata all’inizio. Per me è il tema che stai trattando che ti porta inevitabilmente verso una durata: è un caso che Colombi duri 20 minuti e che questa sia la durata massima consentita per entrare nella selezione di Venezia.

Colombi_Trailer from Lab 80 film on Vimeo.

In quasi tutte le tue opere, e in particolar modo nell’ultima, parli di personaggi e mondi ai margini o ai limiti della civiltà, ma comunque recuperi sempre l’amore come ancora di salvezza che impedisce a questi personaggi e a questi mondi di scomparire.

Secondo me la questione affettiva pone dei limiti anche geografici. Non ami tutto il mondo, non puoi amare tutte le persone. In Cane caro un uomo ama il suo cane, in Colombi due persone si amano in un ospizio. È la riduzione dello spazio fisico che ti permette di concentrarti sul particolare. Prima parlavamo di lunghezze, qui invece è una questione di proporzioni, di prossimità: quanto più una cosa ti è vicina tanto più è insondabile, il piccolo e l’infinito. Quindi l’amore non è altro che un ulteriore infinito circoscritto a un corpo, un cane, un busto di cera, un’idea.

Tu parli di amore, di sentimenti, in un’epoca che punta sempre più all’impersonalità dei rapporti..

Questa auto-esclusione ti permette di acquisire nuove possibilità. Decido di perdere tutto quello che è effimero, superfluo e questo mi permette di concentrarmi in profondità su qualcos’altro. In Colombi c’è anche una citazione da Bergman, con queste due persone che, a forza di stare a contatto, finiscono per assomigliarsi arrivando quasi a fondersi l’uno nell’altra. È qualcosa che ha a che fare con la sopravvivenza biologica, i coniugi Colombi scelgono di vivere: i loro corpi continuano a vivere, non possono decidere di morire, non vogliono fare questo tipo di scelta.

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Luca Ferri (a sinistra) con Dario Bacis

La sequenza in cui il signor Colombi canta è bellissima e mi ha riportato alla stessa compassione del finale di Curzio e Marzio.

C’è un parallelismo pazzesco fra le due sequenze. Entrambe sono frutto della spontaneità del momento: c’è un’impostazione, sappiamo perfettamente quello che stiamo facendo ma poi arriva l’imponderabile, che è quello che fa Dario Bacis in Curzio e Marzio oppure il signor Colombi iniziando a cantare per molti minuti, tanto che abbiamo dovuto interrompere e ricominciare perché aveva superato la durata della pellicola. La cosa strepitosa è che questo canto lui lo dedica alla vera moglie: è un modo per smascherare la costruzione cinematografica, la perfezione dell’intelaiatura ma, allo stesso tempo, permette a questi due personaggi di non essere dei semplici cartoni, figure immobili, ieratiche. È l’unico momento in cui capisci che quella è materia viva.

L’ultimo tassello è la musica, curata da Dario Agazzi, usata in modo straniante negli intervalli con Bacis: un gong che suona come un clavicembalo o un’orchestra intera.

Abbiamo utilizzato pezzi di una stessa opera che il signor Colombi ama cantare. È un momento in cui si raffreddano i toni perché il film è molto caldo e c’era bisogno di un elemento che scandisse il passare delle decadi e, al tempo stesso, raggelasse la temperatura dei sentimenti. Diffido sempre dei film troppo caldi, il sentimento appena appare va subito congelato, va preso a bastonate o a sassate, solo così può funzionare!

Michele Galardini

  • dario agazzi

    carissimo michele, con piacere ti leggo, specialmente ricordando il tuo entusiasmo per la mia composizione “curzio e marzio” – che considero il mio opus maximum – da luca cinematografata rispettando la mia rigorosa partitura, e che presentaste in quella bella serata del festival di pistoia nel 2015. ti debbo però smentire sulla musica di “colombi”: io con “colombi” non ho avuto nulla a che fare, a meno che non ricordi di avere scritto “cavalleria rusticana” (tale è la musica di “colombi”) e che “pietro mascagni” sia un mio pseudonimo ottocentesco. un abbraccio e buon lavoro, dario