Cinema

Venezia 72: “The Danish Girl” di Tom Hooper

In concorso a Venezia72 “The danish girl” di Tom Hooper strappa applausi per l’intensità con cui racconta la ricerca, da parte di un individuo, della sua vera natura sessuale.

Esiste un tipo d’amore che sconfina oltre la semplice condivisione e lo stare bene insieme, tipici di un rapporto di coppia. È l’amore fatto di comprensione, quello che scavalca i pregiudizi e accetta con rispetto le scelte fatte da uno dei due innamorati. Questo, in parole povere, è l’incipit che ci introduce all’interno di The Danish Girl, terzo film diretto dal regista premio Oscar Tom Hooper dopo Il Discorso del Re e Les Miserables.

Einar e Gerda Wegner vivono una serena relazione. Si sono conosciuti ai tempi dell’università e l’amore per la pittura li ha uniti fino a farli diventare marito e moglie. Le crepe nel loro rapporto cominciano a intravedersi per il mancato arrivo del primo figlio e per la difficoltà di Gerda nel farsi strada nel mondo dell’arte. Ma quel che creerà un punto di rottura tra i due sarà il progressivo avvicinamento di Einar al genere femminile. Travestendosi con abiti femminili nel posare per i quadri di Gerda, Einar si accorge di trovarsi sempre più a suo agio con quell’universo, tanto da crearsi una nuova identità, quella di Lili Elbe.

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La rottura tra i due è legata soltanto alla loro relazione sentimentale come uomo e donna, perché Gerda comprende e aiuta il marito ad uscire dal guscio, a prendere coscienza che qualcosa in lui sta cambiando. Gerda è presente alla prima uscita pubblica di Lili, c’è nei momenti di sconforto di Einar, è lì quando avviene il definitivo passaggio da uomo a donna. Sfida i pregiudizi dell’epoca (siamo nella Danimarca degli anni ’20, quando “sentirsi diverso” o il solo essere omosessuale era sinonimo di schizzofrenia o pazzia) per portare la persona che ama a compiere la sua trasformazione.

Con The Danish Girl Tom Hooper torna ancora una volta a raccontare la storia di personaggi alla ricerca della loro dimensione, del loro essere e, al tempo stesso, del loro apparire. Lo fa come al suo solito, mantenendosi su livelli classici, senza mai forzare la mano o sorprendere con qualche scena emotivamente forte, costruendo un film fatto per essere apprezzato da un pubblico il più vasto possibile e conscio di poter concorrere ai premi più importanti in ambito cinematografico.

Quel che convince appieno sono le interpretazione dei due protagonisti, che si dividono la scena in maniera equa. Eddie Redmayne non è più la rivelazione vista ne La Teoria del Tutto. L’ interpratazione che Redmayne dà dell’uomo che divenne il primo transessuale della storia è contenuta e pacata: si trova perettamente a suo agio panni di Lili Elbe, con il volto lentigginoso e il ciuffo che cade sul viso.

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Ma la vera rivelazione di The Danish Girl è Alicia Vikander. È lei che il più delle volte emerge prepotentemente dalla scena, forte di un personaggio ottimamente caratterizzato in fase di scrittura: la sua Gerda sarà difficile da dimenticare.

In una Mostra dove ormai sembra essere prerogativa assoluta il presentare film tratti da storie vera, The Danish Girl va al di là del semplice compitino svolto da Hooper nel film che lo vide trionfare con più Oscar (Il Discorso del Re) o nel polpettone musicale francesce (Les Miserables), risollevando un Concorso fin qui apparso sottotono.

Daniele Marseglia

@Daniele_Daino