Cinema

Venezia 72: “Everest” di Baltasar Kormakur

Quali sono i limiti di sopravvivenza dell’essere umano? Fin dove può spingersi? Sembrano essere queste le due domande che si è posto il regista islandese Baltasar Kormàkur per la realizzazione di Everest

Ispirato agli eventi drammatici accaduti nel 1996 durante una spedizione volta a raggiungere la vetta del monte più alto del pianeta, Everest racconta l’epopea del viaggio affrontato da due gruppi di scalatori che, sfidando una micidiale tempesta di ghiaccio, vento e neve, tentano l’incredibile impresa.

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Quali sono i limiti di sopravvivenza dell’essere umano? Fin dove può spingersi? Sembrano essere queste le due domande che si è posto il regista islandese Baltasar Kormàkur per la realizzazione di Everest che, in prima battuta, può farsi vanto di un cast ricco di stelle di Hollywood, della distribuzione da parte della Universal (negli ultimi anni sinonimo di successo al box-office) e l’apertura in pompa magna della Mostra del Cinema di Venezia, trampolino fortunato nelle due passate edizioni per le pellicole che dal Lido sono volate fino a Los Angeles portandosi a casa l’Oscar: Gravity e Birdman.

Kormàkur non perde tempo in chiacchiere e dopo neanche dieci minuti dall’inizio ci porta immediatamente alle pendici del monte, al Campo Base, dove partirà la spedizione per la scalata non primperò dell’immancabile addestramento (psico)fisico. Ed è proprio questa la parte più convincente della pellicola, quella della preparazione. Il ritmo procede spedito e l’attesa per la spedizione si fa sentire ad ogni minuto che passa, il tutto  condito da riprese spettacolari – rese ancora più eozionanti dalla profondità del 3D – che ci presentano l’altro vero protagonista (o in questo caso sarebbe meglio dire l’antagonista) del film: il monte Everest.

Ma il momento più atteso, quello della scalata, si trasforma lentamenteo nel momento più deludente dell’intero film. Kormakur abbandona i toni del disaster-movie per sposare quelli del melò, volendo creare nei due protagonisti del film (Jason Clarke e Josh Brolin) un’empatia tra la situazione di estremo pericolo che stanno attraversando e la sfera privata. Il capo spedizione (Clarke), prima di mettersi in viaggio per la vetta, scopre il sesso della figlia che la compagna (una mielosa Keira Knightley) darà alla luce, mentre Beck (Brolin) addirittura ‘resusciterà’ dalle nevi dopo la visione dell’allegra famiglia lasciata in Texas proprio per scalare l’Everest.

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Resta del tutto immotivata (se non andiamo a leggerla come “buco di sceneggiatura”) la scelta di abbandonare sul percorso il personaggio di Jake Gyllenhaal senza sapere a che destino andrà incontro o quella di inserire un personaggio interpretato da Sam Worthington il cui ruolo non è mai ben chiaro. I difetti del film sono evidenti anche ad un occhio meno esperto.

Se il regista islandese voleva di Everest un film di puro intrattenimento c’è in parte riuscito; se voleva invece imbastire un discorso più intimista, ci ha provato, ma con uno scarso risultato finale, cadendo nella facile retorica di stampo melodrammatico. Un film che intrattiene per le sue due ore di durata, che non annoia di certo, ma che su i titoli di coda (dove scorrono le foto dei veri protagonisti della scalata del ’96) lascia freddi, proprio come se ci trovassimo seduti su qualche roccia in mezzo all’Everest.

Daniele Marseglia

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