Cinema

Todd Haynes: una filmografia in continuo divenire

Approfondimento sulle opere di Todd Haynes, al cinema in questi giorni con il capolavoro Carol con Cate Blanchett e Rooney Mara

C’è una sequenza in Carol che fa capire come il cinema di Todd Haynes non sia semplicemente di stampo classico, convenzionale e privo di originalità e naturalezza (il tipo di accusa che gli imputano i, per fortuna pochi, detrattori); ed è la scena che apre il film.

Haynes inquadra in primo piano un tombino di una caotica strada di New York. La telecamera poco dopo si sposta su un gruppo di persone e comincia a seguirne una, un giovane uomo, fino ad accompagnarlo in un locale di lusso dove quest’ultimo scambia qualche parola con il barista. Ad un certo punto lo sguardo dell’uomo, con la telecamera in soggettiva, si sposta su un tavolo dove sono sedute due donne. Una di queste, Therese, sentitasi chiamare dal giovane, si volta verso di lui (noi). Da quel preciso momento c’è un cambio di narrazione che si sposta dall’uomo a Therese. Una piccola ma al tempo stesso importante trasgressione delle regole convenzionali narrative. Sembra che questo sia il modo con il quale Todd Haynes consegna al pubblico la storia che di lì a poco andrà a raccontare facendola rivivere nei ricordi della giovane Therese.

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Non è la prima volta che il regista statunitense mette al centro di uno dei suoi lavori il tema dell’omosessualità. Lo aveva già fatto, e bene, in Lontano dal Paradiso nel 2002 e in Carol, ritorno al cinema dopo la parentesi seriale di Mildred Pierce, affronta con il solito tocco elegante, garbato e pulito – ma non per questo freddo e scevro di emozioni – l’amore tra due donne, Carol e Therese, nell’America bigotta di metà anni ’50. Attenzione, però. Haynes sta bene alla larga dal rimarcare una cosa alquanto scontata, ossia come l’omosessualità in quel periodo storico fosse uno dei tabù per eccellenza e com’era complicato per i gay dichiararsi e farsi accettare dalla società. Haynes, invece, vuole semplicemente raccontare una storia d’amore seguendo da vicino le due protagoniste di questo sentimento: l’elegante Carol e la giovane Therese. Il regista sta sempre vicino a loro e non le abbandona mai nel loro percorso di un amore (im)possibile che dovrà scontrarsi con l’arroganza di un marito che non vede di buon occhio la nuova vita della moglie.

Grazie anche a due attrici in stato di grazia (l’algida Carol di Cate Blanchett e la fragile Therese di Rooney Mara), Carol è il punto più alto, fino a questo momento, del percorso artistico di Todd Haynes capace di rielaborare i canoni del cinema melò con raffinata intelligenza e grande maestria, spingendosi fino a territori non convenzionali e rischiosi, basti pensare al primo esordio nel 1987 con il mediometraggio Superstar: The Karen Carpenter Story, in cui racconta la vita della cantante Karen Carpenter, sostituendo gli attori con delle Barbie(!).

Il debutto assoluto al cinema avviene quattro anni più tardi, nel 1991, con il lungometraggio intitolato Poison basato sugli scritti del poeta francese Jean Genet composto da tre episodi che si muovono paralleli: Hero, Horror e Homo. Il film è una vera e propria commistione di generi con il quale Haynes gioca molto facendosi ispirare e contaminare. Si va dall’horror b-movie (un medico lebbroso che diventa assassino) fino al tema dell’omosessualità che qui fa capolino per la prima volta in un suo lavoro.

Julianne Moore in "Lontano dal Paradiso"

Julianne Moore in “Lontano dal Paradiso”

Con Safe, datato 1995, Haynes fa il suo ingresso nel cinema indipendente americano raccontando la storia di una donna (interpretata da Julianne Moore, la sua attrice prediletta) colpita da un male chiamato volgarmente “l’allergia del ventesimo secolo” perché rende la persona che ne è affetta incapace di tollerare sostanze tossiche, dai gas di scarico all’aria stessa. Un film con una forte componente documentaristica che sta alla larga da prendere una posizione netta su tematiche salutistiche lasciando a chi lo guarda di farsi una propria idea a riguardo.

Il mirabolante periodo del glam/rock rivive in Velvet Goldmine del 1998, terzo lungometraggio di Todd Haynes qui alle prese con il racconto della storia del cantante Brian Slade (gli presta il volto un giovanissimo Jonathan Rhys-Meyers) che finge di farsi ammazzare e del giornalista fan incaricato di indagare sulla sua scomparsa. Sono due le fonti di ispirazioni di questo film: il David Bowie, o meglio l’alter-ego Ziggy Stardust nella costruzione del personaggi di Slade e la poetica di Oscar Wilde che accompagna l’intera pellicola ricca di riferimenti a quella stagione contraddistinta da lustrini, paillettes ed eccesso di esagerazione. Un’epoca kitsch e irripetibile che ha visto nascere artisti come Iggy Pop, Lou Reed e il già citato Bowie.

È di tutt’altro stampo il film che Haynes gira nel 2002. Lontano dal Paradiso segna il primo passo del regista americano verso un cinema più intimo e attento alla narrazione. Un cinema che si fa via via più elegante e sofisticato riprendendo a piene mani lo stile melò di Douglas Sirk che Haynes ha più volte citato come principale fonte di ispirazione. La contrapposizione tra quelli che sono i sentimenti reali e le convenzioni sociali sono al centro della storia di Cathy Whitaker (di nuovo Julianne Moore) che vede la sua relazione sfaldarsi sempre di più quando scopre il marito in atteggiamenti intimi con un altro uomo. Di nuovo la tematica omosessuale compare in un lavoro di Haynes.

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Kate Winslet in “Mildred Pierce”

Io non sono qui del 2007 è il film di Todd Haynes che più degli altri è difficile incastonare in qualche tipo di genere. Sicuramente è anche il film meno lineare dell’intera filmografia e il più complicato da raccontare. La figura di Bob Dylan viene traslata, reinterpretata, immaginata e rivista da sei diversi personaggi interpretati da un cast di prim’ordine che va da Cate Blanchett, Julianne Moore e Christian Bale per passare a Richard Gere, al compianto Heath Ledger e Charlotte Gainsbourg. Sebbene i tempi di questo film appaiono perlopiù prolissi e alcuni dialoghi siano non troppo convincenti, Io non sono qui riesce ad essere molto emozionante per via della musica, della poetica e del significato che Bob Dylan ha avuto per intere generazioni.

Dopo nove anni completa inattività, Todd Haynes nel 2011 si lascia sedurre dal fascino della serialità televisiva e scrive e dirige per la HBO i cinque episodi della miniserie Mildred Pierce che narra la storia di una casalinga appena divorziata nella classe media americana di metà anni ’30 interpretata da Kate Winslet (vincitrice di un Golden Globe e di un Emmy per questo ruolo). Anche qui, come in Carol e in Lontano dal Paradiso, c’è al centro di tutto una donna che sfida le convinzioni sociali per scalare posizioni importanti nella società di quell’epoca, con tutte le complicanze che ne derivano. Rispetto alla versione cinematografica del 1945 diretta da Michael Curtiz, la Mildred di Haynes è molto più fedele al romanzo di James M. Cain.

Il digiuno cinematografico di Todd Haynes durato ben 9 anni sembra essere finito. Nei prossimi anni ci aspettano nuovi progetti sulla carta molto interessanti. Il primo vedrà di nuovo Julianne Moore in La stanza delle meraviglie che sarà tratto dall’omonimo romanzo di Brian Selznick ambientato in due diversi periodi storici, tra il 1927 e il 1977. Poi chiamerà a sé Reese Whiterspoon per farle vestire i panni di Peggy Lee, stella del jazz e del blues. E chissà se quel libro che ha sul comodino, Cocaine dell’italiano Pitigrilli, che afferma di amare molto così come lo amava Fassbinder tanto da ricavarci una sceneggiatura, diventerà in futuro un altro importante tassello della cinematografia sempre in divenire di Todd Haynes.

Daniele Marseglia