musica: recensioni

The Thing – Shake (The Thing Records, 2015)

Il nome di questo progetto, che ricorda i film fantascientifici che hanno attirato grandi e piccini di epoche diverse, denota un power trio svedese che mostra la sua animalità: The Thing

The Thing - Carnage NewsIl nome di questo progetto, che ricorda i film fantascientifici che hanno attirato grandi e piccini di epoche diverse, denota un power trio svedese che mostra la sua animalità: The Thing. Difatti, più che parlare di curriculum, bisognerebbe parlare di “Pedigree” (animali da palco in numerosi festival, collaborazioni, dischi, etichette, ecc.) poiché il loro branco si è fatto rispettare in molti ambiti. Interessante è il titolo Shake, la scossa, la mossa che viene tirata fuori nell’euforia della performance. Ebbene, i tre incarnano tre “scosse” diverse (una volta è il turno del batterista con la prima, poi dal bassista e poi dal sassofonista) che, osservando attentamente sono l’intero pilastro indivisibile per il concepimento del disco, un disco che arriva successivo al debutto dell’etichetta omonima del gruppo dal titolo Boot.

Meglio definirli dei vikinghi del jazz: il pezzo con cui si apre, anzi si deflagra il disco è proprio Viking II, in cui il funambolico Nilssen-Love alla batteria si destreggia tra ritmi in levare, ritmi disco e rulli degni della tradizione rock scandinava à la Motorpsycho, a cui segue la sua prima scossa (piatti, tensioni, rintocchi), che si affaccia sulla seconda del bassista Haker Flaten (ipnosi del pastrocchio, l’archetto si muove alienando il suono in strumento grezzo, metallico, algido) che, a sua volta, trova ancora un altro antagonista nel sax di Gustafsson (rilasci, ondulazioni, riposano nel fondo del silenzio).

Queste tra scosse, lo ripetiamo, sono le tre facce del disco, tre anime diverse.Una diversità per cui una traccia come Aim, sarà accostabile a Sigill (un jazz da film noir, caldo, che ricorda l’atmosfera di Mc Coy Tyner o di un giovane Coltrane, prima ancora delle sue sperimentazioni estreme) ma non a tracce come The Nail Will Burn, un Broetzmann arrabbiato che sfida l’ambiente circostante, così come Round About Lapa, che ritrova addirittura delle sonorità da Nick Cave, completamente diversa dalla gioiosa e incontrollata Bota Fogo, che potrebbe strizzare un occhio a Archie Shepp. Ma, dalle possibile atmosfere di Darius Jones alle notti di Hemphill, i The Thing si collocano nell’anfratto in cui il jazz si ribella, le sonorità si fanno molteplici, non vige alcun regolamento e i musicisti, come cani sciolti, si muovono comunque in trio, ognuno sferrando il proprio attacco. Una sola regola: non ci sono regole).

Riccardo Gorone