musica: recensioni

The Necks – Unfold (Ideologic Organ, 2017)

The Necks restano un power trio: definiteli jazz, rock, prog, ambient, fate come volete, ma sono tre musicisti liberi (il piano diventa tavolozza per textures, il basso generatore di onde, la batteria sintetizzatrice di pulsazioni espressive) e niente e nessuno può distoglierli dalla retta via, cioè, non avere nessuna via.

soma025_frontDopo il disco Vertigo, il trio australiano propone Unfold che esce sotto l’etichetta di Stephen O’Malley. un disco di lunghe quattro tracce, illuminate da una luce diversa rispetto ai dischi previ (distante abissalmente da Open e qualche lega rispetto a Vertigo). Unfold, sarà che forse ci sono delle esigenze di label o premesse di gusto, ma i nostri si ritrovano a manovrare un sound che non è mai la stessa cosa, pur rimanendo entro i confini della loro zona compositiva (stile improvvisativo libero muovendosi in blocco, sempre compatti).

Il trio (Abrahams, Swanton e Buck) riesce a restringere lo sguardo, a focalizzare nel dettaglio il paesaggio sonoro da percorrere (sempre lo stesso format: il viaggio per l’ascoltatore) in un orizzonte free jazz che come una lunga scala, si protende verso l’alto (dalla prima traccia Rise, appunto, fino a Timepiece). Gli strumenti del trio riescono a cambiare sembianze, modificando le ampiezze, gli spessori e le risposte ritmiche per qualcosa di meno organico rispetto a Vertigo ma più variegato, come le tappe di un viaggio che dovrà ancora essere intrapreso.

The Necks restano un power trio: definiteli jazz, rock, prog, ambient, fate come volete, ma sono tre musicisti liberi (il piano diventa tavolozza per textures, il basso generatore di onde, la batteria sintetizzatrice di pulsazioni espressive) e niente e nessuno può distoglierli dalla retta via, cioè, non avere nessuna via.

Riccardo Gorone