musica: recensioni

Taylor Deupree & Marcus Fischer – Twine (12K, 2015)

Taylor Deupree e Marcus Fischer, durante un periodo di sosta sulla West Coast, creano un processo concettuale pecuiare

Taylor Deupree & Marcus Fischer - Carnage NewsLa magia che l’etichetta 12K, capitanata da Taylor Deupree, continua a far sognare con questa uscita che continua a seguire l’impronta già lasciata fin dagli inizi e, nel suo solco, presenta qualcosa di nuovo che è più un’attitudine, un continuo esercizio formativo, piuttosto che la mera prova di declinare un genere vasto come l’ambient o, una delle sue cavità, il glitch. L’esercizio di cui parliamo ha un titolo, Twine, che gioca sul concetto di doppio. I due musicisti, Taylor Deupree e Marcus Fischer, durante un periodo di sosta sulla West Coast, creano un processo concettuale così strutturato: “Two artists, two mono tape loops and four acoustic instruments, nothing more.” A loro volta, questi nastri in reel-to-reel, produrranno loop che verranno registrati da microfoni all’interno della stanza. Molto semplice, essenziale, questo dialogo tra i due che, nonostante la scarnezza delle possibilità, raggiunge vette di poesia altissime, a cominciare dal tuffo di Draw, avvolgente, che si porta dietro il peso degli anni, una vecchiaia data dall’effetto del nastro, calore e saggezza presenti in tutto il disco. I rumori d’ambiente si mescolano all’uscita del suono degli speaker dei nastri traslando la dimensione temporale, come nei ronzii e nelle calde cadenze della lontana Buoy, vicina all’ipnosi vibrante di Telegraph, dolce, luminosa, poco meno sottile della polverosa Kern, tappeti che appaiono e scompaiono, partenze e sfumate, puro impressionismo acustico. Immagini come l’orizzonte del mare e la dimensione di nostalgia di Sailmaker, o come il risveglio di Wake, sono delle necessarie dimostrazioni di come una tavolozza sonora, possa effettivamente dipingere un paesaggio a carrellata, vasto, che forse solo il cinema sarebbe in grado di realizzarlo, renderlo tangibile in modo sinestesico. La dialettica del nastro ha un fascino tutto suo (come quello di altri artisti come William Basinski, Gelbart, o le memorie di lavoro diretto su nastro, ancor prima dell’acusmatico) e se noi prendiamo quel nastro e lo puntiamo in direzione della luce, essa filtrerà in una tale esplosione di colori da rendere la realtà semplicemente più viva, che custodisce una memoria che potrà anche slavarsi, ma avrà la stessa vita della sua genesi.

Riccardo Gorone