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Supercoppa italiana: l’importanza della regia

La Supercoppa Italiana 2015, andata in scena l’8 agosto a Shanghai, è stata un esempio di come la regia, nel calcio come nel cinema, può condizionare la fruizione di uno spettacolo.

Un tranquillo pranzo di inizio agosto per la finale di Supercoppa italiana: ci siamo ormai abituati. Da quando, nel lontano 2009 Inter e Lazio si sfidarono allo stadio nazionale di Pechino, la finale tra la squadra campione d’Italia e la vincitrice della Coppa Italia si svolge nel continente asiatico (con la sola eccezione del 2010), con due/tre settimane di anticipo rispetto alla preparazione dei giocatori e senza il fascino della pizzata serale (a meno che la pizza, per voi, vada bene anche a pranzo).

L’ultima edizione, che ha visto contrapposte Juve e Lazio, entrerà di diritto nella storia dello sport mondiale per motivi che, di sportivo, hanno ben poco. Fra droni che sorvolano la testa di Gigione Buffon, raffiche di vento che rendono ogni lancio un disperato tentativo di superare la metà campo, terreno di gioco utilizzato fino a poche ore prima per piantarci le rape, l’elemento maggiormente squalificante è stato però la regia cinese: un mix di riprese lunari (i giocatori di PES e FIFA avranno subito pensato all’impostazione di ‘visuale dall’alto’), azioni mancate, replay casuali, inquadrature strette su giocatori che non fanno parte dell’azione, piani medi su Allegri mentre la squadra è in area avversaria e un generale misunderstanding su cosa significhi riprendere una partita di calcio.

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Sconfortati dopo 90 e più minuti di nulla, interrotti solo da due gol, abbiamo riversato tutta la nostra rabbia sulla regia asiatica senza minimamente accennare al fatto che la partita fosse state di una noia allucinante. Ricordando i momenti altrettanto impalpabili di sfide senza obiettivi, di 0-0 senza tiri in porta, di partite giocate a centrocampo dove anche i cross vengono accompagnati da ovazioni, tanto sono rari, ci sentivamo traditi dai giocatori, rei di non aver dato spettacolo, mentre la regia aveva rispettato perfettamente i ritmi del nostro cervello.

Nel cinema gli americani sono maestri dell’arte di dissimulare carenze narrative con regie invisibili che hanno il fondamentale scopo di sospendere la nostra incredulità, non importa per quale motivo. La regia (intesa come riprese e montaggio) è come una culla che dondola i nostri sensi e che da sola riesce ad assolvere il compito di intrattenerci: questo vale tanto per il cinema quanto per lo sport.

Il calcio su Sky, ad esempio, ha raggiunto proprietà quasi espressive grazie ad una regia sempre più definita in grado di stringere sul pallone senza perdere un pixel, di rallentare un intervento falloso fino all’inverosimile, di riprendere porzioni di spazio e di giocatori fino ad oggi inesplorate (primi piani sulle scaccolate).

Dunque accettiamo bellamente uno 0-0 senza arte né parte, mentre un 2-0 in finale ci fa gridare allo scandalo per colpa di una regia criminosa: il gioco è sempre quello ma nel secondo caso non c’è più sospensione dell’incredulità.

Zhang Yimou

Zhang Yimou

Quell’incredulità che, a cose normali, ci farebbe capire l’impossibilità di vedere del bel gioco l’8 agosto sopra un campo da terza categoria, l’assurdità di una finale di Supercoppa italiana a Shanghai, l’antispettacolarità di un evento che in Italia va in onda quando tutti i sono tristemente a lavoro o sono sotto l’ombrellone e la necessità di chiamare un vero regista per questo tipo di eventi.

Zhāng Yìmóu, salva il calcio italiano!

 

Michele Galardini