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“Storia di un impiegato”, una rilettura a quarant’anni di distanza (2)

Parte seconda (per la prima, clicca qui) Benritrovati. Nella seconda parte di questa rilettura cercheremo di indagare le ragioni che stanno dietro all’esplosione di due bombe. Alla fine della prima parte ci eravamo interrotti proprio in prossimità di una cesura nettissima nella narrazione: il momento in cui non vengono più espressi solo i pensieri e le… Read more »

Parte seconda (per la prima, clicca qui)

Benritrovati. Nella seconda parte di questa rilettura cercheremo di indagare le ragioni che stanno dietro all’esplosione di due bombe. Alla fine della prima parte ci eravamo interrotti proprio in prossimità di una cesura nettissima nella narrazione: il momento in cui non vengono più espressi solo i pensieri e le considerazioni consce dell’impiegato, ma anche i contenuti della parte più profonda della sua psiche. Bando agli indugi dunque: veniamo alla prima bomba. Storia1

La prima bomba del disco esplode dentro l'impiegato, ovvero in un suo sogno. Da qui il significato del titolo della terza traccia: La bomba in testa. L’ascolto della Canzone del maggio e le riflessioni conseguenti hanno minato alle fondamenta la visione del mondo dell’impiegato, sconvolgendo uno status quo da lui fino ad allora dato per scontato. Il sogno non fa altro che rappresentare simbolicamente questa sorta di rivoluzione copernicana, svelando l’azione occulta del potere nel suo inconscio. L’impiegato fa brillare un ordigno al ballo mascherato dove i potenti si riuniscono, smascherandoli ed uccidendoli. Le figure che compongono questo pantheon si presentano nei panni di personaggi inconfondibili: Cristo, la Madonna, Edipo, l’ammiraglio Nelson, la Statua della Libertà, la madre, il padre. Essi appaiono corrotti e stanchi, impegnati a difendere pateticamente un ruolo in cui nessuno più crede, in primis loro stessi.

"Adesso puoi togliermi i piedi dal collo / amico che mi hai insegnato il come si fa / sennò ti porto indietro di qualche minuto / ti metto a conversare, ti ci metto seduto / fra Nelson e la statua della Pietà / al ballo mascherato della celebrità."

Ad assassinio compiuto, il nostro protagonista pronuncia questa frase qui sopra, che appare particolarmente oscura ed ambigua ad una prima occhiata. In realtà racchiude in sé il significato di tutto il resto del disco. Ovvero del gesto materiale che l'impiegato deciderà di compiere: piazzare una bomba davanti al Parlamento.

tolstojLa bizzarra immagine dei piedi sul collo può essere interpretata andando a ripescare in soffitta un racconto del buon vecchio Lev Tolstoj (buono e vecchio ma non proprio bello, vedi foto), intitolato La morte di Ivan Il'ič. Ivan Il’ič è un vecchio borghese, malato, giunto ormai quasi alla fine dei suoi giorni. Non riesce a trovare sollievo alle pene che lo affliggono, se non quando il giovane e compassionevole contadino Gerasim poggia le sue gambe sulle proprie spalle. Questo, in Tolstoj, vuol significare che la redenzione del ricco borghese può passare solo dal rapporto col contadino umile, che è il portavoce di un mondo genuino contrapposto al mondo artificiale della borghesia, dominato dall’interesse e dall’attaccamento smodato alla roba (per dirla col Mazzarò del Verga). 

Dunque l'amico che tiene i piedi sul collo dell'impiegato, nel sogno, è un borghese. Ma perché “amico che mi hai insegnato il come si fa"? Per saperlo premiamo FFW e raggiungiamo una delle canzoni successive, intitolata Il bombarolo, che qualche commentatore ha avuto l'imprudenza di definire "un esempio magistrale di insipienza culturale e politica".

"Il mio Pinocchio fragile / parente artigianale / di ordigni costruiti / su scala industriale […]"

Qui si parla della bomba, quella vera, che l'impiegato costruisce in casa sua, prendendo spunto dalle bombe simili che le potenze occidentali costruiscono per armarsi e che, si lascia intendere, spesso vengono utilizzate anche per colpire civili innocenti.

"Potere troppe volte delegato ad altre mani / sganciato e restituitoci dai tuoi aeroplani / io vengo a restituirti un po' del tuo terrore / del tuo disordine / del tuo rumore."

Chiaro, adesso? L'impiegato decide di portare indietro di qualche minuto (ovvero al momento dell'esplosione della bomba e della morte delle figure di potere) anche il borghese, se questo non gli toglie i piedi dal collo, gesto che simboleggia il modo in cui la borghesia, ovvero il potere moderno, trae la sua legittimazione proprio dalle masse popolari che non si ribellano, dagli appartenenti alle zone grigie, la gente che si lascia piovere addosso. Si tratta dunque di una vera e propria vendetta nei confronti del potere borghese.

La seconda bomba fa saltare in aria, per errore, un chiosco di giornali. Il gesto “eroico” dell’impiegato, dunque, si rivela un clamoroso flop. L'attentatore viene quindi catturato dalle forze dell'ordine ed incarcerato, con notevole trambusto mediatico. Siamo quindi finalmente giunti all’ultima canzone del disco: Nella mia ora di libertàchioscoduro

“Certo bisogna farne di strada / da una ginnastica d’obbedienza / fino ad un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza / però bisogna farne altrettanta / per diventare così coglioni / da non riuscire più a capire / che non ci sono poteri buoni.”

Finendo in carcere l’impiegato capisce di aver commesso un grave errore: si è messo al di sopra del potere per vendicarsi di esso e di chi lo esercita, non rendendosi conto di compiere la quella vendetta solo per un proprio eccesso d'odio, per una propria urgenza di potere. Senza un risveglio collettivo delle coscienze non esistono vendette o rivoluzioni, ma solo atti solitari e disperati che, sebbene spinti da motivazioni giuste e comprensibili, non portano a niente.

Ed è proprio in carcere che l’impiegato riesce finalmente a vivere una vera dimensione di coralità. Non a casa è solo a questo punto che si assiste, per la prima volta nel disco, ad un passaggio dalla prima persona singolare alla prima plurale. Quello che i prigionieri hanno capito è che le persone hanno tutto il diritto di violare delle leggi ingiuste e di alzare la testa contro le oppressioni esercitate dall'alto.

"Ci hanno insegnato la meraviglia / verso la gente che ruba il pane / ora sappiamo che è un delitto / il non rubare quando si ha fame."

Solo degli individui che fondino la loro lotta su questo presupposto ed agiscano di comune accordo potranno mettere in atto una vera opposizione allo status quo e a coloro che cercano di mantenerlo. Ecco dunque che l'impiegato può finalmente riavvicinarsi agli ideali genuini del '68 e rivolgere il suo grido, assieme ai suoi compagni, verso tutti coloro che invece preferiscono restare ancora una volta in silenzio.

"Di respirare la stessa aria dei secondini non ci va / e abbiam deciso di imprigionarli durante l'ora di libertà / venite adesso alla prigione / state a sentire sulla porta / la nostra ultima canzone / che vi ripete un'altra volta / per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti / per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti." 

 

Emanuele Nesi