rubriche: Know your idols

Shia LaBeouf

È la mina vagante di Hollywood nonché attore brillante e anticonformista. Ecco l’ultima di Shia LaBeouf

La settimana cinematografica appena trascorsa ha indiscutibilmente avuto il suo re o eroe a seconda dei punti di vista. Un personaggio fuori dagli schemi, un attore che fa spesso parlare di se’ (in negativo o positivo poco importa, “purché se ne parli” diceva Oscar Wilde) per le sue stranezze e la maniera di fare arte, anche fuori dal set.

Shia LaBeouf – 11 giugno 1986 – super star di Transformers, Nymphomaniac e del recente Man Down, ha affrontato un binge watching estremo: per tre giorni, 72 lunghissime ore senza apparenti pause fisiologiche, si è rinchiuso all’Angelica Film Center di New York per vedere consecutivamente tutti i suoi film, ventisette, partendo dall’ultimo Man Down, fino al primo Nausicaa della Valle del vento dove faceva il doppiatore.
La maratona è partita martedi 10 novembre, lanciata dallo stesso Shia con l’hashtag #allmymovies invitando, attraverso i vari social, chiunque fosse interessato a raggiungerlo in sala, a partecipare all’esperimento mediatico. LaBeouf poteva essere seguito in diretta streaming grazie ad una web cam piazzata davanti alla sua poltroncina regalando ai telespettatori di tutto il mondo le espressioni più variegate dell’attore che è passato da sbadigli scomposti a facce scettiche, a risate più o meno forzate, a sonore dormite. Di sicuro ha affrontato quello che la maggior parte dei colleghi odiano: rivedere se’ stessi nei propri film.

L’iniziativa di LaBeouf, creata in collaborazione con gli artisti Luke Turner e Nastja Säde Rönkkö, è stato un chiaro intento dissacratorio di mettere in primo piano il concetto sovraesposto di “celebrity”, dove l’attore è il protagonista perenne dello spettacolo che il web offre ai suoi fruitori di fronte appunto alla celebrità: spiare nell’intimo i propri idoli, non più come attori ma in quanto persone normali, cogliere ogni impercettibile movimento, andando oltre la staticità delle classiche foto su siti e giornali di gossip.

Il temperamento di Shia, figlio di due hippie con problemi di alcol e droga definiti da lui “gente molto strana”, non è nuovo a questi guizzi di autosabotaggio artistico e personale. Tralasciando i frequenti scatti di ira verso i paparazzi e qualche volta nei confronti della sua fidanzata Mia Goth, nel dicembre del 2013 è stato incolpato di plagio per aver copiato una graphic novel di Dan Clowes per la sceneggiatura del suo cortometraggio “HowardCantour.com“; a febbraio 2014 ha scosso il Festival di Berlino presentandosi sul red carpet con un sacchetto marrone in testa con la scritta: “I’m not famous anymore”.

La performance dal nome #Iamsorry è poi continuata nella galleria d’arte Cohen di Los Angeles dove Shia è rimasto per giorni a sedere immobile, con il sacchetto in testa, e davanti a lui si è presentato chiunque volesse parlargli, vederlo, insultarlo. L’esperimento finì, secondo le dichiarazioni dell’attore, quando una donna lo spogliò tentando di violentarlo: “In meno di un secondo da celebrità sono diventato un essere umano. Attraverso questi progetti sto cercando di esplorare e cercare me stesso”.
E, aggiungo, lasciare ancora una volta storditi e perplessi fan e addetti ai lavori.


Luisa Lenzi