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Il senso delle serie tv per le ragazze: Penny Dreadful e Game of Thrones

Il peso delle donne in due serie giunte al termine (una solo momentaneamente): Game of Thrones e Penny Dreadful

Sono arrivate a conclusione, aimè, due delle serie più interessanti del panorama televisivo: da Penny Dreadful dobbiamo prendere commiato definitivo, mentre Game of Thrones ancora ci concede il lusso dell’arrivederci. Ma queste serie, anche se diversissime, hanno condiviso una particolare sensibilità per le proprie figure femminili. Ciò non significa che questi ritratti, e il peso che hanno avuto nella trama siano uguali. Al contrario, le ultime stagioni di Penny Dreadful e Game of Thrones, per quanto riguarda la rappresentazione della donna, sono infatti costruite a chiasmo.

Ve la ricordate questa bella figura retorica? Ovvero la “reciproca inversione del costrutto in due membri contigui”? sì proprio quella!

Presentiamo ora i nostri “membri contigui”. Da una parte abbiamo Vanessa, Lily, Hecate, la dott.ssa Seward, Justine e Catriona, dall’altra abbiamo Daenerys, Sansa, Arya, Lyanna Mormont, Cercei ed Ellaria Sand.

La terza stagione di Penny Dreadful era partita con figure femminili tostissime, complicate, volitive: delle vere bombe. Vanessa ci aveva abituato bene, è vero, ma anche Lily e il suo piano femminista di dominazione sull’uomo – aiutata dal suo braccio destro sociopatico Justine – non era male. Senza contare, poi, la dott.ssa Seward: competente, eroica, misantropa e gustosamente cinica. È stata una stagione tutta basata sulla potenza e sulle capacità di queste donne, in cui la controparte “fallodotata” si è trovata a contornare personaggi femminili troppo grandi e difficili da gestire. Ecco perché il finale ci ha amaramente deluso. Non tanto per la secchezza, il taglio netto che, pur mitigato da quel lirismo e decadente tragedia che sono la cifra stilistica del prodotto, ha reciso una serie tv ancora non pienamente sbocciata, ma proprio per il trattamento riservato alle sue eroine. Ciò che Victor Frankenstein, Dorian Grey e il Dr. Jekyll hanno fatto a Lily è la rappresentazione di quello che John Logan ha fatto alle sue protagoniste: ha tarpato loro le ali, le ha riportate all’ordine, le ha normalizzate.

L’ode di Wordsworth che accompagna il funerale di Vanessa accompagna così anche il funerale simbolico di queste donne, e il nostro addio alla loro ribellione.

… To me did seem

Apparelled in celestial light,

(…)

The things which I have seen I now can see no more.

La sesta stagione di Game of Thrones, invece, ha visto un lento ma inesorabile crescendo nell’importanza delle figure femminili. La serie è sempre stata criticata per aver mostrato le donne come merce, schiave sessuali, meretrici e indegne di entrare nelle questioni politiche (chi ci ha provato è finita male, e Catelyn Stark docet). Con la sesta stagione, invece, tutto quello che è successo è stato merito di donne, causato da donne e pianificato da donne. Di Daenerys non ci stupiamo, ma la sua unione tattica con Yara Greyjoy è quasi mistica; Cersei nel finale ha dimostrato che le si può togliere tutto, ma non il potere; Sansa ha salvato il Nord mentre Arya sta seminando cadaveri come fossero briciole di pane; Ellaria è diventata regina di Dorne, unendosi poi a Lady Olenna e virtualmente anche a Daenerys; e non parliamo di quella bambina prodigio che è Lyanna Mormont: ha dieci anni ma mangia in testa a ogni vassallo degli Stark (e agli Stark).

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Al finale di stagione, Westeros è governata dal girl power, con buona parte dei seggi del potere (compreso il tanto agognato trono) in mano a donne che si sono conquistate il proprio posto a forza di massacri…quote rosa in stile Sette Regni.

Eccolo quindi il chiasmo, la reciproca inversione: Penny Dreadful era partito con donne rivoluzionarie, carismatiche e determinate che però finiscono schiacciate (o nella tomba), mentre Game of Thrones ha elevato le sue protagoniste dall’essere contorno a uomini più o meno capaci fino alle posizioni dominanti di chi determina gli eventi.

Che siano state sconfitte o che al contrario siano divenute dominatrici, queste serie ci hanno regalato una complessa, variegata e poetica rappresentazione della femminilità, nel bene e nel male: citando Peter Høeg, “solitudine e onnipotenza in parti uguali”.

Sara Casoli