Cinema

“Senza lasciare traccia”: il fascino diabolico del fuoco

L’opera prima di Gianclaudio Cappai e un interessante noir rurale giocato dentro le affascinanti stanze di una fornace

Nel passato di Bruno c’è un mistero che nemmeno la moglie Elena può penetrare. Un evento che ha segnato la sua vita, condizionandone per sempre la salute, e che riaffiorerà improvvisamente quando Elena verrà chiamata a lavorare proprio nei luoghi del misfatto.

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Con Senza lasciare traccia il regista cagliaritano Gianclaudio Cappai approda finalmente al lungometraggio dopo aver sperimentato sia la corta che la media distanza rispettivamente con Purché lo senta sepolto (2006) e So che c’è un uomo (2009). Senza lasciare traccia, prodotto dalla Hirafilm, è un’opera prima dalle atmosfere noir e dal respiro affannoso, come quello del protagonista interpretato da Michele Riondino, personaggio costantemente scisso, costantemente alla ricerca di un equilibrio fra passato e presente. In questo revenge movie rurale che vive di opposizioni e rabbia, ad emergere come elemento di maggior interesse è senza dubbio la grande capacità del regista di plasmare un’atmosfera diabolica là dove un occhio comune vedrebbe solo rovine e decadenza.

Dentro la fornace, luogo centrale del film, ha luogo l’inizio e la fine della storia. In quell’antro infernale che brucia senza sosta grazie all’intervento umano, Bruno ha lasciato brandelli della sua giovinezza, pelle, organi, felicità, ma nella sua lucida follia non cerca di recuperarli bensì di causare ai responsabili le stesse perdite. Alla voracità di Bruno si oppone la pacatezza di Elena (Valentina Cervi), restauratrice impegnata nel delicatissimo recupero del dipinto cinquecentesco “Il mito di Deucalione e Pirra” di Nicola Giolfino, trovato per caso nel deposito di una chiesa.

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La scelta, fortunata, di separare nettamente le due principali linee narrative  permette al film di scorrere con estrema fluidità senza il bisogno di ricorrere a colpi ad effetto o strappi drammatici che, invero, sono a disposizione delle elucubrazioni degli spettatori con molto anticipo rispetto alla loro apparizione. Questo perché, in puro stile noir e a differenza dei racconti di investigazione (gialli, crime, thriller) il regista preferisce lavorare sulle modalità della vendetta piuttosto che sul movente e per farlo scarica gran parte del peso del film sul corpo di Riondino, presenza semi-divina, fascio di nervi, muscoli, escoriazioni, cicatrici dotata di un’incredibile potenza visiva.

Nelle opere prime i critici e gli spettatori più attenti cercano piccoli elementi di stupore a cui affezionarsi e certamente la scelta, inedita ma affascinante, della fornace riesce a farsi largo fra le tante immagini passate e scavarsi una nicchia nella nostra memoria.

Michele Galardini