Cinema

“Salvo” di Grassadonia e Piazza: epifanie e visioni

Può un film italiano venir distribuito in Francia, vincere una delle sezioni satellite di Cannes e, solo a questo punto, venir proiettato anche nelle sale italiane? Assolutamente sì e Salvo ne è la prova. Film molto poco italiano, dall'idea fino alla messa in scena, diretto dalla coppia Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, al loro secondo… Read more »

salvo2Può un film italiano venir distribuito in Francia, vincere una delle sezioni satellite di Cannes e, solo a questo punto, venir proiettato anche nelle sale italiane? Assolutamente sì e Salvo ne è la prova. Film molto poco italiano, dall'idea fino alla messa in scena, diretto dalla coppia Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, al loro secondo lungometraggio, Salvo ricomincia là dove si interrompeva L'intervallo di Leonardo Di Costanzo (qui trovate la recensione di Leocabrini) , dall'astrazione di un episodio di violenza criminale fuori dal contesto cronachistico o storico. Salvo (Saleh Bakri, che esordì al cinema nel bellissimo film La banda di Eran Kolirin) è il tuttofare del boss locale, spietato come un serpente ma intelligente e cauto come una volpe. Un giorno viene incaricato di punire un uomo che aveva tentato un agguato nei confronti del boss, ma nel momento in cui entra nella sua casa il tempo e lo spazio, così come pensati dal cinema d'azione e dal filone di stampo mafioso/malavitoso, si espandono e si rarefanno in prossimità dell'incontro rivelatore del film: quello con la sorella cieca del criminale, rinchiusa in cantina a contare i soldi. La sua cecità fisica è controparte dell'oscurità della sua esistenza, nel senso letterario che la cecità ha per Saramago; un non voler vedere e un non poter vedere che nel corso della storia guariscono assieme al sentimento provato per il rapitore/amico Salvo.

Si fa sempre più difficile l'opera di convincimento alla visione di pellicole come queste, e certo non aiuta la pressochè totale assenza di un plot classicamente inteso. Si viaggia per visioni e epifanie, dentro il nero della mafia, delle camorre, dell'animo di persone costrette ad annullare la propria vita a favore di un ideale estraneo alla civiltà, o almeno a quella che noi riteniamo esser tale. Come il Titta Di Girolamo interpretato da Toni Servillo nel commovente Le conseguenze dell'amore, Salvo ad un certo punto decide di interrompere la convivenza con l'infinita solitudine di un ruolo per abbracciare il pericolo di un amore che gli restituisca il suo statuto di fragile essere umano.

In questo il film fa centro: Salvo risulta un personaggio tragico, quasi epico nel suo dolore, mentre la donna è il vettore di astrazione che eleva la storia al di sopra del contingente, ambientandola in un mondo altro, nello stesso modo in cui la ragazza de L'intervallo conduceva il suo giovane carceriere dentro un paradiso terrestre costruito fra le grigie mura di Napoli. Dove il film traballa è nella durata di alcune sequenze: ci vuole una forza immensa per raccontare un concetto così semplice senza corromperlo con una successione incessante di eventi. Ci riuscirono Bresson, Antonioni e altri; Grassadonia e Piazza possono e devono crescere per raggiungere un'estetica dei sentimenti pura. Il finale del film è una dimostrazione più che rassicurante delle loro buone intenzioni.

 

Michele Galardini