musica: recensioni

Roll The Dice – Born To Ruin (The New Black, 2017)

L’ossessione è parte integrante del sound del duo, che procede per addizioni. Rispetto al disco precedente Until Silence, questo LP è meno cinematografico, più hardcore, camminando sul filo del minimalismo

Roll the DiceMalcolm Pardon e Peder Mannerfelt ritornano sotto l’effige “Roll The Dice” con questo nuovo album per la nuova etichetta di Mannerfelt The New Black (a tal proposito, è bene segnalare anche l’altro lavoro del binomio Peder & Hodge). La loro estetica cinematografica che fin dal loro album Until Silence, aveva già mostrato questo tipo di velleità, che successivamente si è concretizzata in parte della colonna sonora The Last Panthers. Ma questo disco dal titolo Born To Ruin ha un guizzo che risalta come negli album solisti di Mannerfelt (esempio, l’ultimo Controlled Body). La cosa che più va presa in considerazione è come la capacità compositiva di Mannerfelt non si sia mai evoluta (o involuta, a seconda dei casi). Il suo “minimalism/harsh/noise” procede verso ascensioni all’interno del meccanismo ripetitivo, e quindi, Pardon trova a dar man forte a questo perverso gioco di ascesa (o perché no? di discesa) fino alla inevitabile deflagrazione. Gli elementi che compongono questo disco, differiscono davvero di poco dall’esperienza precedente di Until Silence, anche se, come nella miglior tradizione svedese (perché il sottoscritto vede un certo fil rouge geografico quando si tratta di determinati stili musicali)prelevano elementi jazz, li estrapolano dal contesto, e li convertono in un sound davvero estremo, come nel caso dei sax che vengono utilizzati come veri e propri soffioni che sprigionano suoni crudi, sfoghi inarrestabili.

L’ossessione è parte integrante del sound del duo, che procede per addizioni. Rispetto al disco precedente Until Silence, questo LP è meno cinematografico, più hardcore, camminando sul filo del minimalismo per l’attitudine (Inward Spiral o Cannonball), sull’ambient/drone per certi versi (Potters Field), free jazz estremo (Bright Light, Dark Heart), l’harsh dub di Potters Field, giusto per richiamarne alcune, delle influenze che si tramutano in virus, in malattie incurabili dei nostri.
Quando il duo esordisce con i primi suoni, si sa già a cosa si va incontro e il sadismo del musicista si fonde col masochismo dell’ascoltatore per dar vita ad un fatalismo estetico che non ha compromessi. Il fatto è chiaro fin dalle prima parole: Born To Ruin.

Riccardo Gorone