Cinema

Rivolta dalla terza classe. “Snowpiercer” di Bong Joon-ho

Nel 2031 il mondo è deprivato di ogni sua forma di vita a causa di una potentissima glaciazione. Le poche centinaia di sopravvissuti vivono in un treno ipertecnologico, in perenne movimento, all’interno del quale è stato riprodotto l’ecosistema della Terra che fu. Peccato che il migliore dei mondi possibili abbia al suo interno anche le discrepanze sociali, ragione per cui mentre in prossimità della testa del treno la vita è lussuosa e agiata, in coda si vive nella miseria. E’ tempo di una rivolta. Obiettivo: la locomotiva, il luogo dove Wilford – proprietario e costruttore del treno – vive e architetta il tutto.

 

Nel 2031 il mondo è deprivato di ogni sua forma di vita a causa di una potentissima glaciazione. Le poche centinaia di sopravvissuti vivono in un treno ipertecnologico, in perenne movimento, all’interno del quale è stato riprodotto l’ecosistema della Terra che fu. Peccato che il migliore dei mondi possibili abbia al suo interno anche le discrepanze sociali, ragione per cui mentre in prossimità della testa del treno la vita è lussuosa e agiata, in coda si vive nella miseria. E’ tempo di una rivolta. Obiettivo: la locomotiva, il luogo dove Wilford – proprietario e costruttore del treno – vive e architetta il tutto.

Non è facile realizzare un buon prodotto quando l’idea di base è stata affrontata innumerevoli volte, ancor più se si tratta della consueta metafora di una realtà ancora divisa in base alla ricchezza. Eppure la semplicissima allegoria in questo caso funziona alla grande, ed è proprio l’immediata associazione nominale – le classi del treno come specchio delle classi sociali – a conferire nello spettatore un chiaro punto di partenza per quello che sarà in seguito lo sviluppo narrativo e tematico della vicenda.

Ad un impianto tanto preciso, si possono aprire, con una certa apparente noncuranza, tutta una serie di botole che verranno poi chiuse sul finale. Con il ricorso alle esche narrative – il rapimento dei bambini – e ai precisi rimandi iconografici – i letti della coda del treno del tutto simili a quelli dei lager nazisti – in Snowpiercer si riesce a mettere insieme una gran varietà spunti tematici e, al medesimo tempo, a mantenere una struttura solida e ben allineata.

Tali spunti riguardano, anzitutto, riferimenti espliciti al presente. Dall’evidente relazione tra politica ed economia – il marchio Wilford – alla divinizzazione del potere – il chiaro rimando al regime nordcoreano – fino ad arrivare al complottismo (vedrete!). C’è spazio anche per la consueta messa in ridicolo dell’autorità, basata, molto classicamente, sull’evidenziazione del difetto fisico e della smorfia.

In mezzo ai numerosi stimoli che il film ci presenta, siamo rimasti colpiti da quello forse meno attinente alla trama e dalla funzione più propriamente ornamentale: un ritrattista che vive in coda al treno riesce a riprodurre fedelmente i volti di alcuni bambini sequestrati dalla polizia. I rispettivi genitori conservano i ritratti con una cura maniacale, quasi conservassero una parte – l’anima – dei loro figli. E’ una bella immagine di una società che in mancanza di tecnologie riproduttive non può fare a meno cercare di conservare un’ impronta della realtà, arrivando a sostituire brutalmente la fotografia con il disegno.

Una grande produzione – in Corea la più costosa di sempre – che riesce a portare avanti efficacemente un genere inflazionato come la fantascienza post-apocalittica. Tratto da una graphic novel francese – Le Transperceneige di Rochette e Legrand – Snowpiercer mantiene le promesse e si conclude con un un finale interessante che pone in confronto dialettico il cinismo di chi sostiene l’assoluta necessità dell’esistente, con la follia utopistica di chi, al contrario, vuole metterne in discussione la struttura. Un consiglio: tagliate la lingua al potere.

Leonardo Cabrini

snowpiercer