Cinema

Speciale RATS: “Una società di servizi” di Luca Ferri

In programmazione al RATS Independent Films il 20 aprile, il nuovo film di Luca Ferri “Una società di servizi” costruisce una sinfonia di suoni e movimenti sullo sfondo della modernissima Tokyo.

Presentato al RATS Independent Films, l’ultimo film di Luca Ferri, Una società di servizi compone una riflessione documentaria sul rapporto tra l’uomo e lo spazio, sulle relazioni motorie e (dis)umane che legano persone e architettura, nello specifico quello del Tokyo International Forum.

L’assenza di dialoghi, l’insistenza su una selezione di spazi angolati propone una visione straniante di un popolo e la sua tendenza all’alienazione. Non forzatamente quello giapponese, molto spesso emblema dell’isolamento sensoriale ed emozionale, anche in questo caso punto di partenza di una riflessione più ampia e universale. Dall’analisi della memoria, dalle figure imponenti che dominano gli spazi che davano corpo ad Abacuc, Luca Ferri si sposta di fronte a uno sfondo ipermoderno, freddo e colorato, che con le sue geometrie compone una serie di figure volte a unire e allo stesso tempo a dividere le presenze che qui si muovono.

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Pur nell’assenza di dialoghi, la colonna sonora, rumoristica e naturale, accompagna i movimenti tessendo un ritmo quasi musicale, che, inquadratura dopo inquadratura mette in risalto la totale mancanza di contatto: tra le diverse persone, tra le persone e i luoghi che abitano, tra gli oggetti che arredano i luoghi e le altre istanze compresenti. La spinta verso un contatto che possa unire anche la dimensione profilmica con lo spettatore giunge a una soluzione nel sollievo finale, dato da un solo uomo, anziano, che con lo sguardo fisso e diretto verso l’obiettivo permette al circolo di chiudersi, lascia trovare una scappatoia al corto circuito creato da passaggi ripetitivi e sordi. Così, sul finale, arrivano anche le parole di Beau soir, canzone per voce e piano di Claude Debussy, qui rigorosamente privata del canto, ad alleviare una solitudine che parrebbe intrinseca alla quotidianità tecnologica e asettica che ci circonda.

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La serie di spazi presentati si propone come contenitori di risvolti umani, contenitori a loro volta contenuti in scatole più grandi, in una composizione di veli e pareti che uniscono nei punti dei loro incontri, ma dividono pure, non solo le persone tra loro ma anche l’obiettivo (e quindi lo spettatore) dall’oggetto ripreso. Se nel caso di Abacuc una personalità dominava grandi monumenti e un’intera area, in Una società di servizi accade esattamente il contrario, imponendo le pareti artificiali come dominatrici dei movimenti umani che contiene, i quali dopo tutto dovrebbero essere volti a fornire proprio quei servizi che danno il nome al film.

Ritornano i luoghi, non i volti delle persone, sono gli spazi a ripetersi, in favore della manifestazione di un’evidente assenza di voci umane calde e in cerca di confronto. Il dialogo messo in mostra in queste immagini, in realtà, si manifesta in tutta la sua assenza, si rende palese nella sua mancanza, disegnando una spirale discendente che trova sollievo, almeno apparente, in quell’ultima inquadratura.

 

Teresa Nannucci