musica: recensioni

Peder Mannerfelt – Lines Describing Circles (Digitalis Recordings, 2014)

La storia di Frankenstein è sempre stata fuorviante, a mio avviso. Il fatto che l’uomo possa controllare la natura (vita, morte, funzioni biologiche, ecc.), e che da questo tentativo di controllo ne risulti una punizione, è semplicemente sbagliata. Dal momento in cui l’uomo mette le sue sopra qualcosa, quel qualcosa non dovrebbe più essere considerato… Read more »

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La storia di Frankenstein è sempre stata fuorviante, a mio avviso. Il fatto che l’uomo possa controllare la natura (vita, morte, funzioni biologiche, ecc.), e che da questo tentativo di controllo ne risulti una punizione, è semplicemente sbagliata. Dal momento in cui l’uomo mette le sue sopra qualcosa, quel qualcosa non dovrebbe più essere considerato natura, o almeno, non dovrebbe essere considerato come un mondo da cui l’uomo è estraneo e che improvvisamente viene violato da un’entità che genere artifici – l’uomo appunto. Nel momento in cui l’uomo agisce, sta generando il suo mondo – che non è il Mondo, ma il mondo in cui l’uomo vive.

Prendete con le pinze quello che dico, perché non voglio né scatenare dibattiti di tipo etico/ambientalista o peregrinazioni analoghe. Piuttosto volevo introdurre il felice tentativo – e quindi riuscita – di Peder Mannerfelt che con questo disco, Lines Describing Circles, va molto oltre la poetica ed entra nelle possibilità dell’estetica – una sorta di manifesto, anzi, di dichiarazione: la dichiarazione del controllo dell’uomo sulle macchine, o meglio, la dichiarazione di quanto il confine tra uomo e macchina sia labile, o meglio ancora, di quanto la macchina sia prolungamento espressivo dell’uomo quando si tratta di scandagliare l’abisso compositivo. 

L’espansione degli arpeggi che si mescolano con gli ululati e i pruriti in Alpha Waves, la melodia minima di Derrvish, i field recording di Nihilist87, la breve storia della visione occidentale in Evening Redness in the West, lo scheletro della title track: tutte dimostrazioni di come l’alterazione di semplici elementi sconvolga l’intera espressività di un’intera struttura. Suonare quello che vi è è la norma, creare il nuovo dal già sentito è potenza. Come chi incrina una linea in maniera tale da formarne un cerchio. Mannerfelt è potente.

Riccardo Gorone