musica: recensioni

Oto Hiax – s/t (Editions Mego, 2017)

Un progetto dei musicisti Mark Clifford dello storico gruppo Seefeel e Scott Gordon conosciuto anche come Loops Haunt.

EMEGO234_frontUn grande ritorno in musica, come se non bastasse, su una delle etichette mitteleuropee che hanno collezionato una serie di nomi che hanno, non per forza rivoluzionato, ma che hanno cambiato direzione al modo di pensare certe correnti musicali e di declinare in nuove forme il lavoro di artisti che, prima di pubblicare per l’etichetta in causa, erano conosciuti per altro (si vedano gli Shit and Shine, per esempio, o Anthony Child, che, conosciuti per certe produzioni, si sono spinti verso tutt’altri lidi).

Cercherò di essere più chiaro. I musicisti in questione sono Mark Clifford dello storico gruppo Seefeel e Scott Gordon conosciuto anche come Loops Haunt (è bene ricordarsi l’intrigante disco Exits su Black Acre). Ecco i due musicisti che compongono questo disco, come due anime, quella razionale e quella volitiva. Da un lato abbiamo l’etereo, la luce, l’ambiente, dall’altra abbiamo il meccanico, l’oscuro, il movimento. Se Clifford si concentra sulle textures di pad e aperture, Gordon si muove su dentro a queste con i suoi timbri, i suoi suoni, vicini alla musica concreta, all’industrial, al dark noise, in modo da creare nell’ascoltatore proprio quello che avviene: l’amalgama degli opposti.

Brevemente, se ascoltiamo pezzi come Dhull, in cui i feedback di amplificatori sono la spinta per spirali ascendenti di modulatori, ci rendiamo conto che, in un brevissimo lasso di tempo, avviene un incontro tra due realtà: l’acustico e l’elettronico (come anche nella mistica Eses Mitre: rumori metallici, estremamente “fisici” stanno di fronte ad impulsi di sintetizzatore).

In alcuni pezzi il bagliore dei Seefeel illumina più di altri le ambientazioni dell’album (si veda Creeks, letteralmente divisa in due parti: giorno e notte, alba e crepuscolo) ma grazie all’apporto di Gordon, il passo è ulteriore: affiora il minimalismo distopico di Bearing & Writhe, il noise à la Goslings di Littics, i droni dei Sun O))))) e gli abissi di Aidan Baker di Thrufth.

Chiaramente possiamo parlare di tutto quello che volete. Possiamo dire che questo disco è prevalentemente elettronico (bene, oggi cosa non lo è, solo per le tecnologie impiegate per la produzione? Oggi dovremmo forse definire tutto quello che viene prodotto con velleità di purismo acustico come elettro-acustica?), potremmo dire che l’inventiva non è di questi tempi (bene, allora qualcuno può dare l’esatta definizione di invenzione e poi venirmi a dire quanto c’è di proprio da un’idea che nasce? Il fatto che qualcosa nasca significa che ha un genitore che l’ha partorita, e allora? Tutti inventano e nessuno reinterpreta?), potremmo dire che con due pesi massimi è normale aspettarsi un disco così (ebbene, quando una biglia cade dall’ultimo palazzo di un grattacielo, la forza di gravità aumenterà man mano che procede verso il basso e, a conti fatti, la massa si scontrerà con una forza direttamente proporzionale all’altezza percorsa. Questa è l’immagine della carriera di artisti: tutti partono come biglie e alcuni si schiantano al suolo con la forza del pachiderma). Possiamo dirne davvero tante di cose, ma nessuna caduta rovinosa è mai stata ritratta come punto di arrivo, ma come fine, come conclusione. Beh, sembra che qui siamo ancora all’inizio e di cadute ce ne potranno essere ancora molte.

Riccardo Gorone