Cinema

Oscar 2017 – Miglior film d’animazione. Chi vincerà?

Tra computer grafica e stop motion, quali personaggi animati si contendono l’Oscar 2017?

Da quando nel 2002 è stato istituito l’Oscar al miglior lungometraggio d’animazione, la statuetta non ha fatto molto movimento, venendo perlopiù rimbalzata dagli studi della Pixar a quelli della Disney, riempiendo fino all’orlo la stanza dei trofei di John Lasseter. Dal 2008 – due anni dopo l’acquisizione della Pixar da parte della Disney – ad oggi infatti solo Rango di Gore Verbinsky nel 2012 è riuscito a rompere il filotto di vittorie pixeriane o disneyane. Possibile che la serie continui anche quest’anno; se la lampadina saltellante è assente dalla cinquina, in un’annata in cui il pur buono Finding Dory ha probabilmente pagato il suo essere un sequel, la Disney ha ben due film in corsa; Oceania e Zootropolis.  Sintomo questo di un sorpasso sia qualitativo che d’appeal della storica casa di produzione prima in crisi sulla giovane rivoluzionaria protagonista degli ultimi vent’anni?

Sicuramente; con l’eccezione di Inside Out è qualche anno infatti che la Pixar è come bloccata in una serie di film sicuramente di buon livello, ma lontani dalle vette raggiunte tra gli anni novanta e gli anni zero, e il numero di sequel prodotti e previsti non può che essere un campanello d’allarme anche per il fan più affezionato. D’altro canto la casa di Topolino è uscita dalla tempesta di quello che probabilmente è stato il periodo peggiore della sua storia e ha iniziato a sfornare una serie di film più o meno riusciti e sempre meno ovvi, alternando opere maggiormente fedeli ai suoi canoni tipici con altre un po’ più “libere” e trovando sempre più equilibrio tra le esigenze dei più piccoli, che rimangono il pubblico di maggiore riferimento, con quelle degli adulti accompagnatori, i quali escono dal cinema comunque soddisfatti e divertiti.

Da questo punto di vista, Zootropolis è un esempio significativo, proprio per come unisce, senza essere didascalico, la metafora morale ed educativa con ritmo e divertimento per tutti i gusti e le età e qualche annotazione ironica e “pop”. Un film sotto certi aspetti – l’assenza di momenti musicali, per esempio – pixariano, che testimonia quindi anche come la rinascita della vecchia signora sia dovuta anche all’ispirazione verso i nuovi canoni imposti dall’erede.

Come Outsider, un altro film, per dirla un po’ banalmente, mainstream statunitense e altri due film europei più autoriali: Kubo e la spada magica è la consacrazione, se ce ne fosse stato ancora bisogno, della Laika, specializzata nella stop motion in CG, già produttrice di Coraline e ormai più che affermata protagonista del mondo dell’animazione. Il film è un fantasy-racconto di formazione d’ambientazione giapponese visivamente splendido, coinvolgente e accattivante, in cui vengono frequentemente inseriti i momenti inquietanti e quasi horror tipici dello studio, che così rende riconoscibile un soggetto più vicino, appunto, alla poetica Disney. È forse il concorrente che meglio unisce una base larga con i segni più riconoscibili della factory in questione, creando un mix che diverte, coinvolge ed emoziona; perfetto per l’Academy.

Testimone di una certa tendenza sociale e impegnata di certa dell’animazione europea è invece il francese La mia vita da zucchina, realizzato con la tecnica del passo uno e capace di rendere a misura di bambino tematiche ostiche e morbose quali la violenza sui minori e l’abbandono. È un film allo stesso tempo concreto e poetico, duro ed emozionante, un altro con le carte in regola per alzare la statuetta. E, volendo vestire per un attimo i fastidiosi panni dei geopolitici, la vittoria potrebbe essere un risarcimento per l’Oscar mancato per due volte da Sylvain Chomet.

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Non manca il rappresentante del filone più poetico, rarefatto a livello narrativo ed evocativo; La tartaruga rossa, prima co-produzione internazionale dello studio Ghibli. È un film senza dialoghi che punta tutto sul fascino e sulla potenza evocativa e grafica, funzionando decisamente e affascinando senza sosta. Forse troppo “d’autore” per ambire davvero alla vittoria, ma la statuetta sarebbe un segnale importante per una fetta del’animazione sempre più folta che, finora, l’Academy ha ignorato.

Edoardo Peretti