Serie Tv & Nuovi Media

Orange Is the New Black 4, una stagione epica

Con la quarta stagione, la serie Netflix raggiunge livelli unici di drammaticità ed empatia con il pubblico

SPOILER ALERT!

In riferimento alla quantità di stagioni necessarie affinchè una serie non stanchi, scada nel banale o semplicemente non cancelli ciò che di buono ha proposto inizialmente, ho spesso sentito dire che 3 sia il numero perfetto: una serie tv non dovrebbe andare oltre la terza stagione. Per le produzioni Netflix (vedi anche House of Cards) il 4 invece è il numero magico.

Orange is the New Black non fa eccezione e con la quarta stagione, rilasciata lo scorso 17 giugno, raggiunge un livello di trama, di sviluppo delle storie dei personaggi e di coinvolgimento emotivo unico ed epico al tempo stesso per una serie tv, anche se è riduttiva definirla cosi.
La terza stagione aveva lasciato l’amaro in bocca, non convincendo a pieno e portando anche i fan più accaniti a chiedersi se non ci si trovasse davanti all’ennesima drama comedy ben fatta e nulla più.
Kohan & company invece hanno alzato il livello di un enorme step.
La qualità recitativa, lo sviluppo delle storie sono, se possibile, migliorati; il registro narrativo è cambiato, il comedy è rilegato a pochi episodi e il drama è il filo conduttore.

oitnb-season-4-trailerA Litchfield è in corso una rivoluzione che coinvolge le vite di tutte le detenute. Da istituto statale la prigione diventa un soggetto privato e la logica del profitto, del “far tornare i conti” entra preponderante nella lotta per la sopravvivenza. Lotta che è totalmente concentrata sull’interno: non c’è spazio per cosa succede fuori dalla prigione, i problemi, i pericoli più grandi per le nostre inmates derivano dal loro microcosmo.
Il sovraffollamento causato dall’arrivo di nuove detenute inevitabilmente spezza equilibri e al tempo stesso ne crea e stabilizza altri. Per la prima volta le vicende di Piper non sono più in primo piano, anzi, torna con stupefacente chiarezza e drammaticità quella che in questi anni è stata la forza dello show: la coralità.

OITNB 4Se nel mondo esterno l’appartenenza ad un gruppo rende psicologicamente più forti, in carcere, dove gli istinti di sopravvivenza si manifestano nei modi più barbari, uniti in gruppo si diventa quasi invincibili. E se nelle prime puntate i singoli gruppi arrivano allo scontro per motivi razziali, uno dei temi da sempre cari alla serie, man mano che si va avanti negli episodi ci si rende conto che si deve far fronte ad un nemico comune. Il sistema, il quarto potere, ha fallito: nella gestione del carcere, nella gestione delle detenute e soprattutto dei diritti umani.
È la guerra, è quel tipo di scontro che ha qualche speranza di risolversi soltanto mettendo da parte le proprie differenze, le divisioni e unendosi contro un nemico molto grande.

Orange is the new black 4Al tempo stesso i riflettori della storia vengono puntati con maggiore attenzione e dovizia sui singoli personaggi più o meno principali, di cui scopriamo le vicende che le hanno portate alla reclusione, su tutti Suzanne “Crazy Eyes”, Poussey e la struggente Lolly (una meravigliosa Lori Petty) queste ultime due, le chiavi e purtroppo le vittime sacrificali dell’intera stagione. Ma la storia non si ferma solo alle detenute.
Anche l’umanità/inumanità dello staff di Litchfield è sotto la lente di ingrandimento, su tutti un Caputo difensore e custode, suo malgrado non del tutto capace, dei diritti delle detenute, contrapposto alla squadra spesso senza clemenza di Piscatella, dove a farne le spese, come tra le detenute, saranno degli innocenti (vedi la guardia Bayley o il fallimento del buon Healy).

Orange is the New Black 4 PousseyTra informazione, opinione pubblica da tenere a bada, questioni razziali (“White privilege” vs “Black lives matter” su tutti), rispetto della dignità umana c’è spazio anche per il gossip e per il registro comico, quasi grottesco portato dal personaggio di Judy King (Blair Brown), famosa cuoca televisiva che nel breve periodo di reclusione verrà trattata con tutti i favoritismi possibili. Dalla sua presenza, spesso polemica, nasceranno alcune delle situazioni più divertenti, momenti di refrigerio e sollievo tra risse, marchiature a fuoco e corpi smembrati.

Ogni azione ha quindi un peso enorme sulle sorti delle vite delle inmates, raggiungendo l’apice in un finale di stagione emotivamente devastante come una serie tv non proponeva da anni, sullo sfondo di una New York, unico luogo esterno regno della possibilità, dove i sogni, almeno in apparenza, possono accadere.

Stagione dopo stagione Jenji Kohan ci consegna tasselli di un puzzle sempre più grande e articolato, da custodire con attenzione, che ci ricorda come queste problematiche ma straordinarie e tenaci donne, verso le quali è impossibile non provare compassione, non sentirsi una di loro, sono prima di tutto degli esseri umani.

 

Luisa Lenzi