Teatro

Morte di Danton @ Teatro della Pergola (14 maggio 2017, Firenze)

Mario Martone porta alla Pergola la pièce “Morte di Danton”

Morte-di-DantonEbbene, il kolossal è sempre stata una categoria cinematografica, e si chiama kolossal perché le dimensioni, la qualità e i numeri implicati nella produzione siano di tipo stratosferico. Ma è possibile tradurre il kolossal a teatro? Sì e no. Intanto il teatro, sì, può vedere numeri cinematografici nell’impiego di comparse o di espedienti scenici, ma, chiaramente il concetto di kolossal deve restringersi quando si tratta di palco e quinte, per motivi tecnici più che evidenti. Mario Martone costruisce il suo kolossal Morte di Danton quando legge e riflette sullo scritto di Buchner (come potremmo anche pensare al film Danton di Wajda che, per certi versi, aveva il carattere del kolossal), ma il concetto di kolossal ha qui più a che fare con esigenze mimetiche, con la continuità del teatro e della vita (e qui, ancor più nello specifico, il concetto si evolve con l’autocontraddizione del teatro, con l’autonegazione della vita), in cui, insomma, le categorie si scontrano tra loro e si confondono. La vicenda di Danton, su cui non mi dilungherò assolutamente poiché “tutto ciò che si sa (…) può dirsi in tre parole”. Una riflessione quest’ultima, che non può essere associata alla pièce Morte di Danton che invece cura i minimi dettagli, coinvolge il pubblico con trovate plateali (è proprio il caso di dirlo, visto che alcune scene si svolgono proprio in platea) e che sottolinea i diversi atteggiamenti emotivi dei personaggi di fronte a temi come la rivolta, il sacrificio, la rivoluzione e il terrore. Terrore, quello applicato dai giacobini durante la seconda fase della Rivoluzione Francese; terrore è quello del proprio io, quando Robespierre si inginocchia nel confessionale e una luce taglia l’oscurità; terrore è l’assenza dei cari. Ma il terrore trova la contrapposizione nel coraggio, nello humour dissacrante di Danton che si solleva “con Omerica risata” dalla propria morte. DANTONPerfino nel tribunale della Rivoluzione, il nostro sa tenere testa alle accuse, coinvolgere il popolo e fare del suo volere, un dovere da parte delle autorità, rivoltandole come un calzino.

La vicenda riesce a svolgersi in medias res, passando da salotti, a strade, a prigioni con l’utilizzo di vari sipari, ampliando la profondità degli ambienti su più livelli (escamotages ronconiani), ritmando le scene (il tribunale che procede in avanti, che successivamente si rabbuia e lascia posto a figure decapitate che cantano la marsigliese è sicuramente d’impatto; come gli incubi di Danton), cambiando lo stile dei dialoghi. Insomma tutto calibrato alla perfezione (degli attori non ne parliamo, da Battiston a Pierobon, fino a Ernesto Mahieux – gli altri attori napoletani, accostabili ad altri tempi come la tentata rivoluzione di Masaniello, sono un richiamo felice dell’esito della vicenda storica). Avevo letto su alcune recensioni, infatti, che un elemento era sfuggito al controllo dei tecnici, e cioè, il sonoro, ma va piuttosto detto che l’unico elemento che è sfuggito al controllo è proprio il pubblico (è probabile che maggio sia un mese che può portare allergie o influenze, ma la tosse non ha conosciuto limiti e per tre ore è stato un concerto di raucedini e verrebbe da chiedersi se spesso non sia proprio il pubblico ad ostacolare la messinscena) che, come Danton del resto chiama in causa senza chiamare, passa sotto il setaccio della critica: “il popolo è come i bambini: vuole rompere tutto per vedere cosa c’è dentro”. Come le riflessioni a specchio su arte e vita, danno spazio alle riflessioni: “Vi stupite piacevolmente di uno spettacolo teatrale e poi quando uscite, deprecate la vera vita”. Ma anche qui, piacevoli sorprese: questa riflessione ha trovato un riscontro quando, sia prima di entrare in sala, che durante l’intervallo, all’ingresso del teatro, un signore di una certa età, non faceva altro che inveire contro democristiani e ricordare gli ideali della democrazia, che suo padre era stato partigiano, e che il socialismo ha ancora qualcosa da dire. Molti lo schivavano, alcuni annuivano, ma magari Danton avrebbe trovato pane per i suoi denti se si fosse trattato di manifestare le proprie idee.

Riccardo Gorone