musica: recensioni

Michel Redolfi – Desert Tracks (Sub Rosa, 2016)

Il disco va considerato come un cammino, non per forza iniziatico, anzi, come un percorso che deve essere voluto nonostante le atmosfere scure che ritraggono un altro deserto.

sr418_frontAbile compositore, maestro nel campo dell’acusmatica (genere per il sottoscritto difficile da digerire) Michel Redolfi si è concentrato su un suono davvero difficile da captare e che tuttavia è stato elemento fondante per la musica dal ‘900 – ma non diciamo solo della musica, anche di pensiero (orientale ed occidentale), di un atteggiamento etico : il silenzio. Nel 1987 il Nostro ha attraversato il deserto della California durante la stagione autunnale passando dal deserto Mojave, dalla Death Valley e dal Palm Canyon. Il risultato è un intero disco che esprime la cruda e brillante luce del silenzio. Oggi il nostro vanta di essere a capo dell’istituto Audinaute di Nizza, eppure all’epoca, quei deserti che ha attraversato, sono stati il pneuma caratteristico delle sue produzioni.

Il deserto è dimensione ben più profonda di quella che noi siamo abituati a ritrarre: quella famosa figura della radura, della luce, del vuoto, ecc. sono per un momento (la durata di più o meno 40 minuti) messe da parte per definire il deserto come qualcosa d’altro. Visto che però siamo partiti dal silenzio, è bene contornare il concetto di silenzio. Come chiaramente ci si immagina, il silenzio non c’entra niente con l’assenza di suono, ma ha a che fare con la riflessione, col movimento, con l’attraversamento di una dimensione e un’interazione con elementi elettroacustici.

Il disco va considerato come un cammino, non per forza iniziatico, anzi, come un percorso che deve essere voluto nonostante le atmosfere scure che ritraggono un altro deserto: quello fatto di paure, forse demoni, forse ansie, il deserto come luogo per far apparire i propri fantasmi, per lasciare spazio alle inquietudini, lasciandole libere di esprimersi (sembra dirci questo l’esordio di Opening). Mojave è proprio il momento della lontananza in cui il buio, l’assenza, è solo il respiro tra un incontro e l’altro: il deserto è un traboccare di esperienze, di incontri sorprendenti che non si fanno controllare, che non si fanno osservare, ma che “avvengono” quasi improvvisamente, emergendo dal fondo. Il deserto, la terra, l’oscuro si contrappone al cielo, chiaro, luminoso (splendidamente dipinto in too much sky, in cui ci sembra di essere inghiottiti, sopraffatti dalla profondità del mondo superiore) che distoglie dal deserto, esclusivamente per illuminarlo, per donarci la dimensione più profonda di questa storica radura: il riflesso, il miraggio, la sorgente. Deserto non è l’abituale, deserto non è nulla, è occasione per cogliere l’inaspettato e Redolfi sembra aver fatto poprio un celbre detto secondo cui “per sapere se tutti i cigni sono bianchi, non dobbiamo perseverare nella loro ricerca, ma nel trovare quello nero”.

Riccardo Gorone