musica: recensioni

Mary Ocher – The West Against The People (Klangbad, 2017)

Mary Ocher col suo bagaglio di ispirazioni, influenze, sentimenti e riflessioni, compone un disco di difficile catalogazione, così com’è sempre stata lei: difficile da catalogare.

Klangbad73_MaryOcher_CoverC’è chi si porta un passato dietro e c’è chi invece quel passato lo ha superato, non dico rinnegando quello che ha vissuto, ma ci sono stati dei cambi di rotta che difficilmente fanno credere che il passato fosse così diverso. Il caso di Mary Ocher, che già per quanto riguarda la sue esperienze personali, è già una bella eredità (nata in Russia, trasferitasi coi genitori a Tel Aviv, il padre salvato durante la seconda guerra mondiale, sua madre ha preso parte alla mappatura della luna in Russia nel 1970, e potrei continuare), è qualcosa che sta a metà tra le due verità, ma procediamo con ordine.

Partiamo dall’ “ora”: il suo ultimo disco che porta il titolo piuttosto esplicativo The West Against The People vuole un documento che testimonia il disagio sociale attuale. Prodotto da Hans Joachim Irmler (dei Faust) e uscito per l’etichetta Klangbad, il disco ospita i due batteristi di fiducia della Ocher (conosciuti come Your Government) e altri ospiti come Felix Kubin e Julia Kent. Come se tutto questo non bastasse, l’album è accompagnato dal suo saggio che funge da prefazione al disco. In sostanza sottolinea la definizione di West (Occidente che, se geograficamente ha un certo riferimento, concettualmente è molto diverso perché oltrepassa i confini e accorpa un’intera cultura – cultura che è contro tutto ciò che non si identifica con essa, ed è “non occidentale). Al di là di questa tesi (già sentita, e siamo tutti d’accordo) successivamente stilla un elenco delle varie discriminazioni culturali messe in atto dall’Occidente.

Ed ecco che parliamo del passato della nostra, ovvero la sua musica che si porta dietro le eredità dei suoi paesi, il pop sperimentale, i ritmi africani e sud americani, groove jungle e, chiaramente, la sua voce. E’ stupefacente come il retaggio degli anni ’70 e delle influenze kraut, emergano dalla produzione della Ocher filtrati con un occhio contemporaneo (indigenza di mezzi, melodie e ritmi sghembi, macchinosi). Si pensi alla evocativa My Executioner (un distillato di Jefferson Airplane influenzati dagli Einsturzende Neubauten), oppure alle due parti strumentali di Zah-Zah (il basso affettato, brusco, con il classico giro kraut e i due batteristi che dialogano tra loro coi beat) o alla evanescente The Irrevocable Temple Of Knowledge. Non manca l’influenza più psichedelica del kraut che, contemporaneamente, è inevitabile che possa essere tradotto elettronicamente da Felix Kubin che affianca la Ocher nell’ultima Vulkania (svalvolate piuttosto composte che baluginano e modificano man mano l’andamento del pezzo). L’album, nonostante il suo intento programmatico, ha ancora un’aura di incompiuto, lasciando dei pezzi come abbozzi, idee da appuntare e fermare in un punto preciso (com’è il caso di To The Light nella versione pianistica, un assaggio di accordi come il reprise del pezzo di apertura; o come Washed Upon Shores).

Mary Ocher col suo bagaglio di ispirazioni, influenze, sentimenti e riflessioni, compone un disco di difficile catalogazione, così com’è sempre stata lei: difficile da catalogare. E non è un caso che Karenn’ O, degli Yeah Yeah Yeahs dichiari: MarY riesce a darmi i brividi, mi spaventa con la sua anima selvaggia. Il suo, è il sound di un artista fuori dagli schemi, immacolatamente autoposseduta… E’ tempo di liberarla nel mondo. Sono così che contenta che esista. Liberami, Mary!

Mary Ocher gives me the chills, she frightens me with her feral soul. Her sound is of a true outsider artist, immaculately self-possessed… Time to set her loose on the world. I’m so happy she exists. Set me free Mary!