musica: recensioni

Martijn Comes – Infinite Spaces And Beyond (IO Sound, 2014)

I terreni che Comes ha seminato si sono dimostrati altamente fertili, così fertili da rendere visibile la nascita di nuove forme di vita anche oltre i limiti stabiliti dalla proprietà, oltre le limitazioni naturali delle terre incolte o di quelle incoltivabili.

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Chi è Martijn Comes? Un sound designer, o meglio, un compositore, o meglio ancora, un musicista elettronico di nuovi media. Una definizione che suona strana ma, se correlata alle prime due, possiamo trovare fertilità in questa vaghezza. Potremmo anche aggiungere che Comes ha studiato Composizione di musiche da film al conservatorio di Amsterdam, potremmo anche dire che ha studiato anche all’Accademia delle Belle arti di Utrecht, o che ha un Master in filosofia all’Università di Bournemouth. Insomma, un discreto curriculum che rende difficile l’etichettatura di Comes.

Il suo lavoro Infinite Spaces And Beyond, racchiude in sé questi dubbi sulla possibile delineazione di genere. Questo è un disco altamente concettuale, una sorta di esplorazione di più territori (appunto, infiniti spazi e oltre) che si strutturano velocemente, che si modificano, che traslano continuamente in una dialettica di più generi che definisce aree psicogeografiche da capogiro.
Fin dall’apertura del disco con Memory Field, un’emersione che trova un percorso espansionistico fino alla cancellazione totale del confine di campo (da notare che ogni traccia si riferisce ad un field, ad un campo, ad una radura, ad un terreno fertile); la stessa cosa avviene con Electric Field, un martellamento in puro stile Mark Fell, con cambi di accenti, stop, ripartenze e dinamiche intorcinate. Silent Field, che non ha niente a che vedere con il silenzio, se ne sta abbacinato, sul fondo delle frequenze basse che prepotentemente – una prepotenza che rimane comunque sussurrata – scandiscono lo sviluppo dei muri di suono che si stagliano all’orizzonte. Mirrored Field è un rimbalzo continuo, uno sballottamento senza sosta dovuto a deflettori sonori che si incastrano tra loro e si confondono con la luce, quella luce che avrà la sua più alta definizione nell’ultimo passaggio di campo, Ultrasonic Field – in cui i limiti dell’udibile vengono superati dalla forza di propagazione di pink noise suadenti, benevoli e avvolgenti.

Questo disco è una bellissima prova – e anche riuscita – di delimitazione di campi, di atmosfere, di ambienti creati dal nulla, sbocciati come i fiori di montagna, dei bucaneve che si fanno strada nel coacervo indefinito dei suoni per mostrare infine la loro forma definita, delicata ma assolutamente presente. I terreni che Comes ha seminato si sono dimostrati altamente fertili, così fertili da rendere visibile la nascita di nuove forme di vita anche oltre i limiti stabiliti dalla proprietà, oltre le limitazioni naturali delle terre incolte o di quelle incoltivabili.

Riccardo Gorone