musica: recensioni

Lusine – Sensorimotor (Ghostly International, 2017)

Sensorimotor è piacevole, è l’antica concezione della musica come esibizione del gusto: alla mano con tutti coloro con cui entra a contatto.

Artwork_Lusine_SensorimotorOrmai Ghostly International ha incrinato la sua linea d’orientamento e la sua fusione di pop e sperimentazione ha preso una certa piega. Come già per il caso di Lusine (nome d’arte di Jeff  McIlwain) nel suo The Waiting Room del 2013, tutto’oggi Lusine (che sembra parola costituita da articolo e sostantivo francese L’usine, la fabbrica) mette in scena le nuove combinazioni del crossover fatto di pop, techno, r’n’b da cui prende spunto il titolo. Il Nostro ci dice che il titolo ha una doppia chiave di lettura: la prima, di tipo scientifico, è l’associazione dei sensi all’azione, “come gli uccelli che si spostano e pensano all’unisono quando sono in volo”; la seconda, di tipo simbolico, è l’interrogativo su quanto l’artista riesca a prendere il controllo di ciò che esteriorizza, quanto si concede alle regole e quanto alla libera ispirazione, al caso?

Ebbene, sembra che Lusine giochi la carta del pop secondo il proprio gusto, costruendo incontri tra generi tra loro diversi donando una consonanza fatta su misura (come nel caso di Canopy in cui la delicatezza si mescola ai wall of sound corali; o come il minimalismo in stile Com Truise di Slow Motion in cui idm e r’n’b stanno si danno man forte).

Sensorimotor è particolarmente ricco di collaborazioni vocali (Sarah Mac Ilwain, Benoit Pioulard, Vilja Larjosto) curate nei minimi dettagli ricordando i lavori di Alex Smoke. Strumentalmente Lusine gioca coi ritmi, con le sovrapposizioni di più tempi (come le terzine e le quartine assieme di Flyway, i raddoppi – come  in Level) e con le texture ambientali (Chatter si gioca tutta nelle resonance dei synth che si sfaldano delicatamente mano a mano e i delay diventano “sottocori” della melodia) .
Sensorimotor è piacevole, è l’antica concezione della musica come esibizione del gusto: alla mano con tutti coloro con cui entra a contatto. E’ chiaro che i puristi (di cosa, poi?) storceranno il naso, poiché ci sono “troppe concessioni” in un disco come questo. Eppure, se è l’orecchio che ha la prima e ultima parola, non possiamo esimerci dal reputare questo disco una bella produzione e un’elegante composizione nei “cluster” contemporanei.

Riccardo Gorone