Musica

LIVE REPORT: Oren Ambarchi @ Limonaia di Villa Strozzi (20 maggio 2017, Firenze)

Insomma, a noi Ambarchi che gioca con pochi elementi piace ed è una cifra stilistica che ha fatto della sua personalità una figura di culto, inimitabile

OREN AMBARCHI LIVETempo reale, istituzione della musica elettronica nostrana, festeggia i suoi 30 anni e decide di inaugurare la sua rassegna di appuntamenti con una figura di culto della musica contemporanea (non dico elettronica, perché ha trattato musica di tutti i generi): Oren Ambarchi. Il nostro si è saputo destreggiare abilmente nella poetica dei loop, della psichedelia, del glitch, ottenuto attraverso sistemi di effetti e strumenti che seguono un meccanismo chiuso. In particolare, questa attitudine del sistema chiuso è stata sviluppata in maniera esemplare nei suoi ultimi lavori (si pensi a Quixotism o all’ultimo Hubris) in cui il minimalismo altro non è che il canale per rendere musica le sue sperimentazioni.

Ecco, proprio quest’ultimo Hubris doveva essere il fulcro del suo live (un disco in cui sono presenti artisti vari come Ricardo Villalobos, Arto Lindsay, Jim O’Rourke, Keith Fullerton Whitman, Crys Cole, e la lista continua ancora) e che gioca proprio sullo sviluppo di una linea ritmica sul solco della ricerca di certo minimalismo (chi lo accosta a John Adams, chi a Carter, personalmente lo trovo simile ai lavori reichiani) che “indaga” le forme del funky (innamorato della colonna sonora di Vivere e Morire a Los Angeles) a differenza del previo disco che si immergeva nel krautrock e nella techno.
Potete immaginare la complessità e la cura di un lavoro che, impostato su poche lunghe tracce, deve essere seguito nel suo sviluppo capillare.
OREN AMBARCHI LIVEEbbene, nella dimensione live di Ambarchi di sabato tutto questo non c’era. C’era un Oren Ambarchi sicuramente ispirato con un piccolo sistema di effetti e pedaliere che, come appunto vuole la tradizione del nostro musicista australiano, risulta chiuso e per che il flusso sonoro si evolva, bisognerà aggiungere altri tasselli alla sua costruzione. Il limite di questa invenzione è anche la spinta per l’inventiva che costringe il polistrumentista a trovare escamotage originali, ampliare il suo range di sonorità. Nel caso del live di sabato, sfortunatamente, il sistema chiuso suonava come tale. Sfortunatamente i due tipi di movimento che si trovavano all’interno della performance (di 40 minuti circa) erano come sistole e diastole, apertura e chiusura, addizione e sottrazione. Come dire, era tutto già presente nel sistema ambarchiano, si trattava solo di decidere che cosa fare emergere dal suo impressionismo chitarristico (aiutato da un raffinato suono di Leslie che contribuiva ad innalzare di un gradino la possibilità sonora del concerto).

Insomma, a noi Ambarchi che gioca con pochi elementi piace ed è una cifra stilistica che ha fatto della sua personalità una figura di culto, inimitabile. Unica pecca è stata l’annunciare il lavoro di un disco che non ha avuto assolutamente niente a che vedere con l’immaginario, e soprattutto, con il suono di Hubris. E comunque è occasione speciale riuscire a presenziare dal vivo alla performance di un artista che ha fatto della ricerca il suo scopo vitale.

Riccardo Gorone