Teatro

LAIKA di Ascanio Celestini @ Teatro Metastasio (Prato, 2017)

Ecco, l’universo del profeta Celestini/Cristo è grande 35 metri quadri e ci stanno dentro delle lampade a basso consumo, delle cassette per contenere bottiglie d’acqua e, nientepopodimeno che Pietro, apostolo sui generis.

celestini-laika Carnage NewsPRATO – Laika, è innanzitutto un nome, poi, eventualmente, un aggettivo, così come suona in italiano. Ma, come ripeto, è un nome russo che significa “piccolo abbaiatore” ed è il nome che è stato dato alla cagna che nel 1957 è stata spedita nello spazio con la sua cabina di 18 kg di peso. Laika non era mica uno di quei cani “cor cappottino! E che è un cane quello? No”, cercavano un cane di strada, forte, abituato alle angherie. Il cane pesava 6 Kg: 18 + 6 = 24 kg che fluttuano verso la volta celeste (una volta celeste che è sta scivolando sempre più verso il basso, secondo studi scientifici, che però non hanno ancora elaborato strumenti sufficientemente “boni” per scoprire se è vero) sorretta dai facchini negri che lavorano al supermercato. Questo è un esempio di quei tormentoni ricorsivi che martellano nei monologhi di Celestini, una prosa “borderline” tra l’ossessivo e lo schizofrenico (la stessa prosa che lo ha reso famoso in “Scemo di guerra”, in “Fabbrica” o nel suo film “La Pecora Nera”), una parlata che ha del bambinesco nelle sue visioni, come questa della volta celeste sorretta dai facchini negri del supermercato, come i metri quadrati delle case che “per fare intellettuale” lui ribadisce: “calpestabili” interrogandosi come sono i metri quadrati non calpestabili: “magari è possibile avere un appartamento di 35 metri quadri un po’ calpestabili e un po’ no”.

LAIKA _ Carnage NewsEcco, l’universo del profeta Celestini/Cristo è grande 35 metri quadri e ci stanno dentro delle lampade a basso consumo, delle cassette per contenere bottiglie d’acqua e, nientepopodimeno che Pietro, apostolo sui generis in questo caso: parla senza parlare, è doppiato dalla voce fuori scena di Alba Rohrwacher, e suona la fisarmonica e accompagna Gesù nel suo racconto. “Volete che vi racconti del barbone? Della prostituta? Della vecchia co’a testa impicciata?” Questi i pochi personaggi che si muovono nella sua narrazione un po’ sbronza, un po’ romanesca, un po’ ingenua, accomunati tutti da un miracolo che per sua stessa natura è indicibile, secondo la rapida spiegazione à la Boskov (esempio, “rigore è quando arbitro fischia”): “Miracolo è quando non ci capisci un cazzo!” Poteva andare in tutti modi e questo modo, che non mi so spiegare, è per forza un miracolo.
Il miracolo in questione è questo: durante i picchetti degli scioperi (dei facchini negri che reggono con le mani la volta celeste che sta scendendo sempre di più…) un barbone viene pestato (il barbone non era nato barbone, ma faceva il facchino) e la vecchia (prostituta), quella con la testa impicciata e Gesù (che chiaramente nessuno sa che sia Gesù, nemmeno lui stesso) sono usciti ad aiutarlo. Ecco il miracolo che non si sa spiegare ma che si può dire.

Riccardo Gorone