Cinema

La La Land è bella ma non ci vivrei

La La Land è ritenuto quasi unanimemente il film più emozionante della stagione. Ma come può esistere amore senza contrasto?

Se La La Land avesse un accenno di tensione drammatica sarebbe un piccolo New York New York. Parole di…nessuno. Cioè mie, quindi di nessuno di rilevante. Premessa doverosa per chi (spero) vorrà commentare questo articolo: fatelo solo se vi interessano i contenuti, non per perdere tempo accusandomi di insensibilità o anaffettività. Per favore non sparate sul pianista ma sul pianoforte, se proprio dovete.

Perché tutto parte da lì, da un pianoforte che suona in un locale jazz che ha tutta l’aria di essere autentico e, invece, è solo un ricordo demodé di genere. Parte tutto da uno scontro fisico fra due anime tormentate, prossime ad arrendersi alla normalità: due spalle che, toccandosi, aprono una bolla coheniana che ricorda l’orologio di Mister Hula Hoop, elemento circolare dentro cui vive, ibernata, una storia nella storia. Ma a noi quella sotto-storia non interessa e tra poco proverò a spiegarvi perché.

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Non si può restare indifferenti di fronte alle prime sequenze del film di Chazelle: carrellate, dolly, coreografie, pezzi musicali da brividi, location da togliere il fiato, una storia d’amore che sembra promettere lacrime e “oooh” a non finire. Cosa volete di più? Un amaro. Bene, e dopo? Una sola cosa: il contrasto. Ovvero la base di ogni narrazione, di ogni costruzione drammatica, dell’arte in genere. Non chiediamo che ogni pittore si tagli l’orecchio e lo invii per posta, e se fossimo nella testa di David Lynch e dovessimo rispondere all’ennesima domanda su come sia possibile che una persona così serafica scriva e diriga dei film così perturbanti, tipo Eraserhead, diremmo che “il dolore non favorisce la creazione artistica, al contrario, la blocca”. Ma Lynch non parla mai di Eraserhead, quindi andiamo avanti.

Ma qui a La La Land non siamo fra conigli e feti alieni, bensì dentro scenografie e momenti che omaggiano apertamente il cinema, il musical, Jacques Demy, Singing in the rain, ma anche Vertigo Boogie Nights (qui sotto il video con le movie references). Nessuno ci chiede di essere pesanti e, infatti, siamo leggeri; voliamo come i protagonisti nel planetario, ci innamoriamo di (e con) loro. È l’assenza di gravitas a renderci liberi? Al contrario. Ci incatena ai sentimenti dei protagonisti anche quando è chiaro che, qualunque strada decideranno di prendere, il risultato sarà un win-win, una situazione, più unica che rara al cinema, in cui tutti hanno la botte piena e la moglie ubriaca. Mia ha realizzato il suo sogno, è innamorata del marito, ha una figlia, è ricca. Sebastian ha realizzato il suo sogno (non chiedetevi come, non importa), non sappiamo se sia anche innamorato ma tutto fa pensare che non se ne preoccupi (e un due tre, via!).

Ma allora a cosa serve la canzone finale? A rientrare dentro la famosa bolla coheniana e scoprirci diversi ma uguali, sublimando una storia d’amore che sarebbe andata bene se al primo incontro ci fosse stato un bacio appassionato invece che una spallata, ma che tutto sommato non è andata male nemmeno così. Dite di rivedervi in questa storia d’amore ed è lì che io, invece, faccio mille passi indietro. Alzo bandiera bianca di fronte alla relazione meno tormentata mai vista/letta/udita/odorata; mi stupisco che nessuno dei due innamorati lotti per stare insieme al partner; non capisco cosa impedisca a Mia di vivere realmente con Sebastian e cerco il senso drammatico di quel “ti amerò per sempre”, dimostrazione ultima che una banalità è tale solo se la si dice nel momento sbagliato.

La La Land è la promessa di un mélo che si perde tra i colori di un sogno, è una diffusa sensazione di anormalità, il più grande spot sull’ottimismo nell’epoca in cui l’immagine diventa sempre più immagine di guerra, di contrasto, dai reality show culinari ai filmati dell’Isis. Ma, soprattutto, è la più grande distinzione cinefila tra apocalittici e integrati dai tempi di La grande bellezza (Roy Menarini questa settimana su FilmTv lo spiega utilizzando le giuste parole). Quello che importa, ormai, non è più il film in sé bensì il dibattito antropologico che si crea attorno a esso. Non ti è piaciuto? Vuol dire che non credi nei sogni. Sei pure un critico cinematografico? Sei legato al cinema impegnato, sei triste, non vai al cinema per divertirti. E via così, fino agli insulti o a derive post-post-moderne (vedi filmato sotto).

La La Land Gerry Scotti Edition from Andrea Bedeschi on Vimeo.

Ma se La La Land fosse una città (come suggerisce il titolo) avrebbe i colori di Hopper ma non la sua malinconia, si sveglierebbe ogni giorno al suono di Another Day of Sun ma presto ne sarebbe prigioniera e attraverso i suoi abitanti accetterebbe gli eventi come necessari ma non si interrogherebbe mai sul valore di ognuno di essi.

Insomma La La Land è bella, ma non ci vivrei.

Michele Galardini