musica: recensioni

Kölsch – 1989 (Kompakt, 2017)

Dopo una serie di dischi che rievocano date particolarmente care all’autore, Kölsch sforna un disco che ha – scusate davvero se utilizzo questa espressione, ma evidentemente è figlia del suo tempo – molte sfumature di grigio. Parlo del quasi epico 1989 che riesce a spaziare dal glitch al minimal con molta facilità conservando un afflato… Read more »

Dopo una serie di dischi che rievocano date particolarmente care all’autore, Kölsch sforna un disco che ha – scusate davvero se utilizzo questa espressione, ma evidentemente è figlia del suo tempo – molte sfumature di grigio. Parlo del quasi epico 1989 che riesce a spaziare dal glitch al minimal con molta facilità conservando un afflato intimo, inclusivo, in puro stile Kompakt, ovvero quando la melodia si staglia al di sopra di tutto con prorompenza e tatto. Il danese Rune Reilly Kölsch dopo il suo 1977 (la sua data di nascita), sboccia con 1989, ultimo capitolo di un tema nostalgico, emotivamente ricco che scava nelle sue memorie personali di giovinezza. “Con questo capitolo arriviamo alla mia prima adolescenza in cui ricordo molto grigiore – sentimenti grigi, tempo grigio sul mio viso grigio”. E così, per esorcizzare il nodo gordiano della propria età puberale, piena di crisi, un’ età da cui sarebbe voluto scappare, si fa nuovamente carico delle sue esperienze, delle sue esplorazioni per la città col walkman nelle orecchie (Ho cercato una colonna sonora alla mia vita grigia, e così improvvisamente sono apparsi i colori).

In questo disco, altra caratteristica, è la collaborazione con Gregor Schwellenbach che dirige la Heritage Orchestra in tracce come Khairo, Liath e Serji, in cui gli archi abbondano. E anche se il sottoscritto non è propriamoente un appassionato di questi ultimi, dobbiamo tener comunque presente che Kolsch si distingue per la sua aura nostalgica (si pensi a Goodbye, che oltre al titolo, il sound sembra quasi ricordare il Moby di Play o di 18, così come 14, col suo pianoforte incerto proietta istantanee nitide di memorie).

E qui voi mi direte che è facile giocare così, che chiunque potrebbe essere ispirato da memorie giovanile, di infanzia, in cui la patina del ricordo lascia il segno, e io potrei assolutamente darvi ragione, ma com’è altrettanto vero, questi sono concept, così come è ovvio che 1989 esce per Kompakt, non per Emego o Sub Rosa, e che sempre di techno stiamo parlando. Se poi anche la techno riesce a prendervi il cuore, ebbene, che dire, allora il Nostro ha fatto centro davvero, è un qualcosa di più rispetto alla cosa in sé – che poi, spiegatemi, cos’è la cosa in sé? Non dico assolutamente che non esista, ma dico che difficile sia definirla, ma qui stiamo andando davvero oltre, cosa che Kölsch non ha fatto, anzi, ha fatto molti passi indietro per poter andare avanti: la sua infanzia, la sua maturazione in cui i ricordi trascolorano, poiché ognuno porta i propri ricordi, non c’è il monopolio di chi lo fa meglio o peggio (altro favore che dobbiamo farci: smettiamola di citare Proust ogni volta che si parla di ricordi!)