musica: recensioni

Kleefstra/Bakker/Kleefstra – Dize (Midira Records, 2017)

Il sottoscritto non sa assolutamente cosa “dica” il disco, ma sente come suona (molto vicino ai primi Ulver, allo spirito dei Sunn O)))))) senza però poter contestualizzare il disco, senza dimenticare il fatto che, proprio la sua mancanza di contesto, è il contesto.

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Il mare ha un suo ritmo, un suo andamento che può essere mutevole: l’acqua sciaborda, le onde si alternano, il vento soffia, la superficie è uno specchio. Stasi e dinamica spesso difficili da ritrarre, sono stati il punto di partenza per il trio Kleefstra Bakker Kleefstra, i cognomi che compongono questo moniker che, più che un nome, è il lasciapassare per questo viaggio fatto di droni chitarristici che richiama una lunga serie di artisti che hanno fatto del genere la propria bandiera o, sempre per rimanere in tema, una destinazione.

Ma, sebbene nomi accostabili come La Otracina, Labradford, Aidan Baker/Pyramids, raison d’être, ecc. conservano il mistero del suono, qui abbiamo anche il mistero di una lingua antica, ormai in via d’estinzione: la lingua frisone, lingua ufficiale in Frisia, appunto, una lingua germanica del ramo occidentale parlata da circa 500.000 persone nelle zone costiere meridionali del mare del Nord, Paesi Bassi, Germania e Danimarca (paradossalmente è vicina alla lingua inglese). Tra le sue peculiarità, la forma unica per le persone plurali del presente e l’allungamento della vocale che precede le nasali, li porta ad essere più vicini alla lingua inglese, ai dialetti anglosassoni, piuttosto che a quella attuale tedesca. Ma, detto ciò, rimane una lingua antica, che sembra strutturarsi intorno al XV sec. E che, se parlata oggi, mostra più un bagaglio culturale, piuttosto che un “attrezzo pronto all’uso”. La voce di Jan Kleefstra parla questa lingua che fuoriesce profonda e placida nel prosieguo delle quattro lunghe tracce che compongono questo disco.

Per cui il sottoscritto che sta scrivendo di questo Dize, non sa assolutamente cosa “dica” il disco, ma sente come suona (molto vicino ai primi Ulver, allo spirito dei Sunn O)))))) senza però poter contestualizzare il disco, senza dimenticare il fatto che, proprio la sua mancanza di contesto, è il contesto. Mi spiegherò meglio: una lingua così estranea alla nostra, ai nostri ceppi mediterranei, richiama solo di riflesso – un riflesso molto lontano – una lingua medievale di cui potrebbe aver saggiato una personalità come Ezra Pound (ricordiamo il suo immenso lavoro per l’opera Persona), ma di cui non possiamo comprendere assolutamente nulla. Eppure questa lingua parla, sentendo che dice qualcosa e questo qualcosa risulta misterioso. Voi mi direte “per forza, se una lingua non la conosci, come fai a capirla”, verissimo, ma un conto è non sapere una lingua odierna perché semplicemente mai coltivata o studiata, un conto è la lontananza di una lingua antica. E quando una lingua suona “morta”, si sente. In questo caso è una lingua ancora parlata, ma morente. Proprio il suo carattere perituro è il viatico per la sua resurrezione. Diceva il saggio: la parole significano e quindi perdono già in partenza.