musica: recensioni

Kassel Jaeger / Jim O’Rourke – Wakes On Cerulean (Editions Mego, 2017)

Ebbene, oggi siamo a Wakes on Cerulean. E che cos’è? Viene presentato come un sormontarsi di processi che però, ci tengono a specificare, rimane ignoto.

EMEGO223_front_smDue personalità molto diverse possono convergere in un risultato unitario? Ecco, questa è una domanda insensata, che presuppone che ci sia una maniera di convergere e di definire questo movimento. Se però, la logica mi impone di non porre paletti a ciò che deve essere fatto in musica, l’orecchio si impone altrettanto nel dire il contrario, ovvero, che due artisti diversi (almeno in questo caso) divergono enormemente così tanto da rendere anonimo il disco.
Parto male, me ne rendo conto, eppure oggi parlo di due personalità artistiche che stimo e che negli anni mi hanno lasciato un grande stupore (per diversi motivi) quando mi ci sono avvicinato. Sto parlando del polistrumentista Jim O’Rourke e dello schivo e colto musicista elettronico Kassel Jaeger, moniker del francese Francois Bonnet.
Tutti e due vengono accomunati dalla condivisione della loro musica (anzi, certe collaborazioni li accomunano, ad esempio, quella con Oren Ambarchi, che ha collaborato con entrambi), dalle fusioni di genere e dai cambi di ruolo.
Jim O’Rourke che si avvicenda ai synth ha sicuramente qualcosa di diverso da come la maggior parte conosce il suo stile, e non è la prima volta che il Nostro sperimenti in questo frangente, anzi. In questo caso la collaborazione si è fatta notare poiché se c’è un artista che i synth e i modulari li mastica è proprio Jaeger che, al di là del suo ruolo di Pale Calling, una delle ultime uscite per Mego, mostra la sua finezza e il suo tatto nel suo capolavoro Zauberberg (con Stephan Mathieu e Akira Rabelais), uno splendido studio su La Montagna Incantata di Mann.
Ebbene, oggi siamo a Wakes on Cerulean. E che cos’è?

Viene presentato come un sormontarsi di processi che però, ci tengono a specificare, rimane ignoto. E difatti è un insieme di suoni, un guazzabuglio di onde di differenti texture che si scontrano tra loro. Ma c’è un problema (alquanto relativo, poiché non è un problema, bensì una mia impressione): scompaiono gli artisti. Se da una parte i suoni si presentano come si presentano, e gli elementi davvero importanti sono i processi, dall’altra che siano O’Rourke o Jaeger o chiunque altro, risulta indifferente. Se gli autori avevano un loro tocco speciale (altrimenti che autori sarebbero), qui niente è evidenziato. Solo declinazioni sonore a-personali che non trovano per forze di cose una melodia o quel suono che ti fa dire, “ecco, ora lo riconosco”. Nulla di tutto questo, ma un esercizio intellettuale che mostra le possibilità del “processo” creativo.

Che forse questi due artisti abbiano sentito l’influenza di un certo pensiero secondo il quale meno si vede la mano dell’artista e più l’opera è perfetta? O forse il processo creativo non determina una riuscita, bensì un risultato che come tale rispetta le regole di quel processo (come insegnava un grande pensatore piemontese)? Sarà, ma io mi aspettavo di ascoltare Jaeger e O’Rourke.

Riccardo Gorone