musica: recensioni

Kassel Jaeger – Aster (Editions Mego, 2017)

Dopo la collaborazione recente con Jim O’Rourke, il cui risultato era al di sotto delle aspettative, Kassel Jaeger, sempre per Editions Mego, propone il suo nuovo lavoro Aster che, possiamo dirlo, torna al suo espressionismo ibrido tra soundscapes e flussi sonori intimi, mistici, ctoni, insomma, tutto ciò che lo ha reso famoso e per cui… Read more »

eMEGO235_gatefoldBDopo la collaborazione recente con Jim O’Rourke, il cui risultato era al di sotto delle aspettative, Kassel Jaeger, sempre per Editions Mego, propone il suo nuovo lavoro Aster che, possiamo dirlo, torna al suo espressionismo ibrido tra soundscapes e flussi sonori intimi, mistici, ctoni, insomma, tutto ciò che lo ha reso famoso e per cui la critica apprezza. Aster è un album epico che mostra la capacità del nostro di manovrare un intero cosmo di timbri, dove non conta più esclusivamente la finezza dell’intervento (Jaeger è un anfibio che sa introdursi nelle collaborazioni e che sa farsi valere anche come solista), ma la progettazione di atmosfere.

Se la title track è un ribollire, uno schiudersi di correnti, Tenebrae è l’agguato, il passaggio notturno. I tessuti sonori sono mutevoli e toccano “picchi abissali”, come placide superfici orizzontali in cui dominano sempre spiriti, presenze/assenza, fantasmi, appunto, o, come alcuni ci terrebbero a chiarire, più che fantasmi, sono spettri, la perfetta contraddizione (eppure si presenta proprio come tale) di assenza/presenza (come avviene in Un autre archipel, i cui lievi ululati decidono di accomiatarsi versi Clair de Lune, o come i cinguettii di Rose Poussière, in stile Pit Piccinelli, o nel toccante mormorio di Ner ). La bellezza del disco risiede in questa sua dicotomia della sorgente sonora che si scontra con la sua elaborazione in un lavoro continuo di camouflage, un po’ come quei registi che si divertono a fare vedere la maestria dell’equipe confondendo animatronics con effetti al computer in modo da non saper distinguere più uno dall’altro,  ma nel caso di Jaeger non è per spavalderia, è proprio un’urgenza poetica che ripercorre a modo sua il percorso della mimesis estetica di un secolo passato, senza necessariamente affondare radici in realismi, assolutamente: tutto questo è pura evocazione, è suggestione, è opera totale in cui creazione, modifica e degenerazione vanno a braccetto tingendo la natura di tinte che sì, sono visibili, ma difficili da ritrarre. E possiamo buttare via, se vogliamo, le critiche al naturalismo estremo come quelle che faceva Malevic ai pittori selvaggio, poiché oggi il selvaggio è colui che fa propria la realtà e, proprio per questo, si distanzia dalla norma, dall’anestetizzazione (in più sensi, quello sociale, di coloro che fanno ciò “che pensano che debba essere fatto”; e in senso estetico che spesso si fa eccessivamente concettuale dimenticandosi della base dell’estetica, ovvero i sensi), e ritrova la propria poesia e il proprio linguaggio. Il selvaggio fa paura ai più.

Riccardo Gorone