musica: recensioni

Karen Gwyer – Rembo (Don’t Be Afraid, 2017)

La performance live aiuta Gwyer a rendere palpabili le proprie idee con fruizione vivida e con tracce che vengono suonate più e più volte prima di vedere la luce ed essere impresse nella dimensione da studio.

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Karen Gwyer non è nuova al mondo della dance e ha portato avanti i suoi interrogativi fino ad oggi, e cioè: nella dance c’è differenza tra producer e dj? Domanda capziosa, mal posta? Non so, ma sicuramente, lei che si professa producer, ha decisamente un altro appeal rispetto a quello di un dj (forse anche la mia affermazione suona mal posta, ma il sound della Gwyer è assolutamente fuori dalla norma), ma, come ripeto, può essere un giudizio opinabile. Cosa che però contraddistingue il produttore è l’eclettismo, e la Nostra si cimenta con tutto il suo arsenale in questo bellissimo disco di dance d’antan, che poi così d’antan non è, visto che in musica si continua a “scoprire l’acqua calda”. Ecco, nel caso della Gwyer, si parla di una vera e propria outsider dell’elettronica, che non ha paura di improvvisare e di affidarsi al suo gusto. E, altra cosa che distingue il produttore dal Dj è la dimensione live che si distanzia dalla dimensione del Dj. “Adesso la scena dance non credo che sia così rigida, e non sono nemmeno sicuro perché i DJ siano più richiesti dei produttori. Forse c’è un pregiudizio che implica che i DJ comunicano più con la folla, cosa che non viene creduta coi produttori”.

La performance live aiuta Gwyer a rendere palpabili le proprie idee con fruizione vivida e con tracce che vengono suonate più e più volte prima di vedere la luce ed essere impresse nella dimensione da studio. Che poi, se proprio dobbiamo stare a guardare il pelo dell’uovo, è una pratica da studio, sì, ma è soprattutto una dimensione live, soprattutto perché viene data molta importanza all’improvvisazione.

Il disco mostra subito una forma intelligente in modalità domanda-risposta e le canzoni sono concepite a coppie (Es: traccia 1: Why Is There A Long Line In Front Of The Factory; traccia 2: The Workers Are On Strike) e che, effettivamente hanno un certo appeal che con il relativo titolo cambia il punto di vista con cui ascoltare. Che c’entra, sono titoli e non fanno per forza l’opera, ma questo tira e molla dona anche un certo ritmo al disco. Oltre ai classici richiamo di Drexcya o di Dj Stingray, appaiono visioni twin peaksiane, come nel caso della penultima traccia Did You Hear The Owls Last Night che mescola l’assalto delle ritmiche con le delicatezze dei synth. Un ritorno ad una certa forma disco che senza tanti fronzoli apre tutti i suoni senza particolare finezze, poiché è una techno retro condita da una certa personalizzazione che, inevitabilmente passando per il Michigan, non può prediligere certe forme piuttosto che altre. “Prima dell’avvento di internet, si ascoltava la radio e sapevi chi fosse il dj, ma senza sapere di chi fossero i pezzi che metteva”, sostiene la Gwyer. “Si poteva solo ascoltare la musica, senza le persone e non stavi a riflettere su certi meccanismi, e la cosa mi piaceva. Ho ancora album su nastro, e non ho idea di chi li abbia fatti. A volte la notte penso come farò a scoprire quali tracce siano. Ho un estratto in testa, ma come farò a sapere che pezzo sia?”

Ecco, anche voi dovete mettervi nei suoi panni, in una stanza nella penombra, come i luoghi border line di questo Rembo adatto per la dimensione dance ma anche per i salotti d’ascolto. Chiaro, senza pensare, bisogna lasciare spazio alla musica, e fregarsene di dove mai potrà andare a finire – che poi, sapete per caso se finirà mai davvero?

Riccardo Gorone