Cinema

“Jackie” di Pablo Larraín: alla ricerca di Camelot

Parte intervista, parte confessione, Jackie di Pablo Larraín vede protagonista Jacqueline Kennedy nella traversata nei ricordi dell’ex first lady, sondando la sua memoria passata, presente e futura.

“Le Temps Detruit Tout”. Il tempo distrugge ogni cosa. Era con questo intertitolo che finiva – o cominciava, dipende dal punto di vista – Irréversible di Gaspar Noé.

Ma è davvero così? Non sarebbe più opportuno dire “Il tempo trasforma ogni cosa”?

Dove hanno origine i miti, quando uomini e luoghi perdono la loro natura reale lasciando posto alla leggenda, in quel processo di trasformazione che confonde e mescola realtà e immaginazione? Storia e fiaba si fondono e confondono, plasmando la natura dell’essere, sedimentando e mutando nei secoli come rocce metamorfiche fino a far emergere una nuova dimensione, narrativa, che ha fatto perdere completamente le tracce storiche della sua genesi.

Prendiamo ad esempio Re Artù: sulla figura del monarca ideale sia in pace sia in guerra, personaggio principale del Ciclo Bretone, si è dibattuto per anni e ancora si dibatte sulla sua origine. Dato praticamente per certo che la sua figura non sia riconducibile a un personaggio storico realmente esistito, probabilmente le sue gesta sono ricollegabili a diversi condottieri in carne ed ossa, Ambrosio Aureliano o Lucio Artorio Casto che sia. E qualora l’origine di Re Artù sia completamente mitologica, è lecito supporre tali gesta siano, se non ispirate, quantomeno condizionate da fatti realmente accaduti anche se non più storicamente attestabili.

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Ovviamente ad ogni re corrisponde un regno e ad ogni re leggendario corrisponde un altrettanto leggendario regno di origine altrettanto ignota. Indipendentemente dalla sua effettiva collocazione geografica, a Gateshead o nel Somerset che sia, sappiamo per certo che, per quanto distorto e travisato, mitizzato e ingigantito da tradizione orale e scritta, nella nostra mente Camelot esiste.

Facciamo ora un salto temporale in avanti.

Guardiamo ora per un attimo la derivazione della leggenda di Re Artù, declinato nel 1960, a 15 secoli di distanza, lontano da ogni possibile datazione radiometrica, a musical che ci ricorda con le parole di Alan Jay Lerner “Don’t let it be forgot, that once there was a spot, for one brief shining moment, that was known as Camelot.”

Pensiamo ora per un istante a quell’ipotetico Re Artù o a qualunque di quei condottieri, sovrani o capiclan che si sono poi fusi e trasfigurati in lui: si saranno interrogati sulle conseguenze delle loro gesta, si saranno interrogati su cosa sarebbe rimasto di loro nella collettiva memoria?

Jackie, moderna sovrana ma soprattutto moderno essere umano, sì.

Parte  intervista, parte confessione, Jackie di Pablo Larraín vede protagonista Jacqueline Kennedy, interpretata da Natalie Portman, nella traversata nei ricordi dell’ex first lady, sondando la sua memoria passata, presente e futura. Filmato d’archivio o finto tale si alterna a un dietro le quinte più vero del vero mentre le ansie e i dolori scorrono nelle confessioni impronunciabili che Jackie rilascia, salvo poi non permetterne la pubblicazione, come fosse una regista che non può fare a meno di girare materiale scomodo per un film, salvo poi arrogarsi il diritto di un “final cut” su cui non riesce ad avere il controllo.

La chiave di Larraín nel mettere in immagini la complessità della mente di Jackie, dei suoi ricordi e delle sue paure, sta nella stratificazione di un montaggio alternato che pesca avanti e indietro nel tempo e nello spazio, ammassando e marmorizzando le sfaccettature di una personalità fragile e granitica allo stesso tempo che deve fare i conti con la sua memoria e con la memoria che i posteri avranno di lei. Un peso storico, politico e umano ereditato dalla mole dei presidenti passati e costantemente ribadita a Jackie e a noi dalla memoria degli oggetti da loro lasciati nella Casa Bianca.

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“I told everyone that I can’t remember. It’s not true. I can remember everything.” confida Jackie a John Hurt, suo fidato prete confessore, lasciandosi andare e ripercorrendo nei minimi dettagli l’assassinio del marito avvenuto sotto gli occhi della Nazione e del mondo. Quei pochi colpi di fucile che hanno mandato in poltiglia una vita, un matrimonio, un governo, un regno destinato, in un modo o nell’altro, a diventare leggendario, all’ombra di cosa sarebbe potuto diventare se non fosse finito così presto e così bruscamente. In fondo, come ci rammenta la targhetta commemorativa affissa a imperitura memoria a una porta nella Casa Bianca, anche per Jackie, John Fitzgerald e i Kennedy, anche se solo per un “breve, splendente momento”, ci fu una Camelot.

Enrico Cehovin