Cinema

Interstellar, ovvero la sfera che assorbe la fantascienza

Prima e dopo Interstellar: un viaggio dentro la sfera spazio-temporale creata da Christopher Nolan

Ho aspettato qualche giorno, chiedendomi se fosse necessario tornare ancora su Interstellar dopo gli ottimi interventi di Daniele Marseglia e Chiara Schmitd e poi ho capito che, non scrivendo nulla, avrei generato un wormhole di emozioni dentro la mia esperienza cinefila.

Lo avrete già capito, chi vi scrive non ha paura a usare il termine ‘capolavoro’ per l’ultimo film di Nolan, forte del fatto che gli spettatori, anche quelli meno accorti, non interpreteranno questo come un paragone, alla pari, con i capolavori che lo hanno preceduto. Altri anni, altri registi, altro ambiente culturale, altri mezzi tecnologici: Interstellar è un capolavoro degli anni Duemila, non gareggia con 2001: Odissea nello spazio.

Pensate ad Interstellar come ad un contenitore, come una sfera che tutto assorbe, come due punti su di un foglio piegato e uniti da una penna che buca la carta e crea un passaggio tridimensionale: quei due punti, riconoscibili da un cerchio con dentro una x, sono Uomini veri di Philip Kaufman e Gravity di Alfonso Cuaron. La penna è, ovviamente, Christopher Nolan.

Per parlare di spazio, di qualcosa che trascende la comprensione terrestre della vita e della velocità, Uomini veri è il punto di partenza imprescindibile: piloti spinti al limite estremo delle loro capacità psico-fisiche per rompere il muro del suono e subito dopo quello dei sogni con i primi viaggi attorno alla Terra.

Cooper (Matthew McConaughey) è uno di loro, anzi, è l’ultimo di loro: nel suo aggrapparsi ad un mondo che si sta sgretolando attraverso strumenti elettronici pressoché inutili di fronte alla catastrofe, l’ex pilota diventa il simbolo di una conquista dimentica o demistificata, espunta anche dai libri di storia e relegata nell’universo finzionale. Come lui la Nasa, idrovora di finanziamenti, ora costretta ad operare in segreto per un piano irrealizzabile di colonizzazione galattico. Nelle prime sequenze del film e in quelle dell’atterraggio sul primo pianeta, questo ‘debito’ nei confronti di Kaufman è chiarissimo a livello di messa in scena.

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Nelle catastrofi viste al cinema il canovaccio vuole che l’eroe lasci la Terra per fermare una minaccia, raramente per esplorare alla ricerca di una nuova casa. Ma ormai non è più il tempo di proiettare fuori dall’atmosfera l’incubo della fine della civiltà: è la civiltà stessa il pericolo maggiore per la sopravvivenza della specie.  Non a caso i Nolan (dobbiamo comprendere anche il bravissimo fratello sceneggiatore Jonathan) pur restando dentro i canoni della fantascienza e del film high profile, scelgono di non puntare sulla storia d’amore, accogliendo il sentimento solo all’interno dei rapporti familiari e trasferendo ogni riferimento sessuale all’interno della sfera meccanica. La vita oltre la Terra nascerà grazie ad embrioni congelati conservati dentro navicelle di esplorazione che letteralmente ‘penetrano’ la stazione orbitante: la riproduzione è un qualcosa di talmente automatico che gli uomini e le donne ne sono stati esclusi.

Cooper parte assieme ad un team che non ha niente di eroico o infallibile, tutt’altro. L’unico sostegno davvero fondamentale viene dai computer, sintesi kubrickiana di monolite e Hal 9000: la macchina non è più una minaccia, al contrario, è l’unico amico di cui potersi davvero fidare e con cui scherzare; l’unico capace di rendere meno pesante la solitudine cosmica composta dal nulla che circonda le pareti della navicella. Un vuoto totale che ha come unico suono l’eco della dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock), naufraga dell’iperspazio avvolgente messo in scenda da Cuaron.

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Perché quando lo spazio-tempo si piega trasformando le ore in anni, anche i video messaggi provenienti dalla Terra hanno la sola funzione di documentare un presente/passato sfuggito dalle nostre dita.  Lo capirebbe bene Sam Bell (Sam Rockwell)  lo scienziato solitario spedito sulla Luna per estrarre l’Elio-3 nel film Moon di Duncan Jones: anche per lui i video messaggi dalla Terra più che gioia portano dolore, orrore e, infine, consapevolezza.

Per questi e altri cento motivi non si può rimanere impassibili di fronte a Interstellar. Non vale appellarsi ai grandi del passato, anzi è ideologicamente scorretto nel caso di un’opera che non ne cita apertamente nessuno ma permette allo spettatore di ritrovare segni della loro presenza. Se mai vi doveste mettere in testa di intraprendere un viaggio dentro il cinema di fantascienza, alla ricerca di pianeti conosciuti e altri ancora senza nome, sappiate che, quando la vostra esplorazione sarà giunta ad un buon grado di avanzamento, vi troverete davanti una sfera, e solo dopo esservi avvicinati vi renderete conto di essere di fronte ad un wormhole, ovvero un passaggio verso un’altra galassia . Ecco, sia che decidiate di fermarvi a osservarla per un tempo indefinito, sia che il vostro cuore vi consigli di gettarvi in quel ‘tutto’ stellare, sappiate che quella sfera si chiama Interstellar.

 

Michele Galardini

  • Chiara Schmitd

    qualcuno mi regali TARS! Lo ESIGO! 😀