Cinema

Il Grande Gigante Gentile: gli occhi della purezza

Il grande gigante gentile del cinema, Steven Spielberg, alle prese con il personaggio creato da Roald Dahl.

Come ha fatto notare anche Richard Brody sul New Yorker, Steven Spielberg è il grande gigante gentile del cinema contemporaneo. Non che manchino, nella sua filmografia, opere che affrontano di petto e senza autocensure la rappresentazione della violenza, da Lo squalo a Salvate il soldato Ryan. Brutti sogni, che come nel GGG di Dahl, rimangono invisibili finché non vengono imprigionati nell’apposito contenitore. Incubi da cui solo la ricerca di una catarsi cinefila ci impedisce di fuggire.

Ci sembra, però, che, alla pari forse solo con l’universo Disney e quello miyazakiano, il marchio spielberghiano, il nucleo della sua poetica, che si manifesta limpidamente nei film più personali, non possa prescindere da un’ideale tutto umanistico di armonia e mitezza. Spielberg è il cineasta dello sguardo spalancato e potenziato ad altezza di bambino, della visione pura, dello svelamento, del “sense of wonder”.

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Il grande libro di Dahl, quindi, storia di una sorta di Alice precipitata in un’altra Wonderland, è un soggetto particolarmente adatto ad una trasposizione da parte di Spielberg, che rispetta abbastanza fedelmente il testo di partenza, in questo film metacinematografico, senz’altro riuscito. Di sicuro, il romanzo di Dahl non si perde in inutili digressioni e ha un ritmo invidiabile, perciò è come se fosse una sceneggiatura già pronta, a cui la compianta Melissa Mathison, che scrisse un altro film sul rapporto privilegiato che hanno i bambini con i “diversi”, E.T. l’extra-terrestre, aggiunge qualche variazione.

La prima apparizione del gigante buono, innanzitutto, nel film di Spielberg, per ragioni di suspense, non svela subito la tecnica che il GGG adopera per soffiare i sogni attraverso la sua tromba magica, o, come nella traduzione del libro ad opera di Donatella Ziliotto, ‘proiettarli’. Nel romanzo, poi, è lo stesso gigante ad invitare la saccente Sofia con lui, nella caccia ai sogni. Il frullino a manovella con cui nel testo di Dahl il GGG mescola i sogni fa venire in mente ai lettori cinefili una cinepresa, o un proiettore, e nel film il rumore di quest’aggeggio rimanda in maniera incontrovertibile alla magia del cinema analogico, incoraggiando un’interpretazione giocosamente metalinguistica di tutto il film. Anche Spielberg, come il GGG, può farci sognare ciò che vuole, nei suoi film-mix che pescano da centinaia di pellicole e vecchi serial tv d’avventura.

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Nella straordinaria parabola sul dialogo con l’Altro di Incontri ravvicinati del terzo tipo, Spielberg chiamò il cantore per immagini dei tormenti dell’infanzia abbandonata a se stessa, François Truffaut, per impersonare lo scienziato Lacombe. Quarant’anni dopo, Steven non è diventato un vecchio cinico e razzista, un trumpiano, e continua, da adorabile fanciullino pascoliano (proprio Dahl c’insegna nel suo libro che tutto il tempo trascorso a dormire, a sognare, e, aggiungiamo noi, a guardare film con gli occhi sbarrati/chiusi, non conta nel calcolo dell’età) a spalancare gli occhi di gioiosa meraviglia nell’incontro con l’alieno buono, di cui solo lui e i suoi piccoli protagonisti capiscono il linguaggio, intravedono i contorni, riconoscono la figura, sin dal principio.

E si concede anche un’autocitazione: il cappottino rosso che nel controverso Schindler’s List diventava il simbolo dell’innocenza calpestata, nel teatro della più indescrivibile negazione della convivenza pacifica tra gli uomini, nel GGG protegge Sofia dal freddo, lasciato in eredità da un altro bimbo, che non è riuscito a sopravvivere. Un passaggio di consegne, una testimonianza, un monito alla salvaguardia della purezza dell’infanzia.

Francesco Grieco