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“Hemlock Grove” e la Sindrome di Stoccolma

“Il soggetto affetto da Sindrome di Stoccolma durante l’abuso o la prigionia, prova un sentimento positivo, fino all’amore, nei confronti del proprio aguzzino. Si crea una sorta di alleanza e solidarietà tra la vittima e il carnefice” (cit. Wikipedia). Ecco quello che ho provato io guardandomi, in una settimana, tutta la prima stagione di Hemlock Grove…. Read more »

“Il soggetto affetto da Sindrome di Stoccolma durante l’abuso o la prigionia, prova un sentimento positivo, fino all’amore, nei confronti del proprio aguzzino. Si crea una sorta di alleanza e solidarietà tra la vittima e il carnefice” (cit. Wikipedia). Ecco quello che ho provato io guardandomi, in una settimana, tutta la prima stagione di Hemlock Grove. Ma come sempre, procediamo per gradi e cerchiamo prima di capire a cosa mi riferisco.

Hemlock-Grove-2013Hemlock Grove è la nuova serie originale distribuita da Netflix, un horror thriller piuttosto psicologico che punta tutto sulla presenza, tra i produttori esecutivi, di Eli Roth. In realtà, del Dio della tortura c’è ben poco, ma a questo arriviamo dopo. La serie è prodotta dalla Gaumont International Television ed è un adattamento di Lee Shipman e Brian McGreevy dell’omonimo romanzo di quest’ultimo. La prima stagione, composta da 13 episodi cha variano dai 45 ai 58 minuti, è stata caricata su Netflix il 19 aprile scorso. Ma a noi questo continua a importar poco perché tanto non ci è ancora permesso l’accesso al sito.

La storia si svolge appunto ad Hemlock Grove, nebbiosa e per questo misteriosa cittadina della Pennsylvania. Una cittadina che è dominata dalle fortune imprenditoriali della famiglia Godfrey (pronunciato “Godfri”, che quindi suona come “God-Free”, “Senza Dio” o “Libero da Dio”), capitanata dalla vedova Olivia (Famke Jessen, la Fenice degli X-Men o, per i palati più fini, il transessuale di Nip/Tuck) con i due figli, il damerino bello-e-impossibile Roman  (Bill Skarsgard, figlio di Stellan e fratello di Alexander, già Eric Northman in True Blood. Gran famiglia) e la deforme-dal-cuore-d’oro Shelley (Nicole Boivin). Non ci vuol molto a capire che la famiglia ha qualcosa di sovrannaturale e che l’ospedale di loro proprietà conduce esperimenti alla Dr. Frankestein. Comunque, un bel giorno, arrivano in città i Rumancek, madre e figlio, che subito si rivela essere un Lupo Mannaro. E proprio lì iniziano gli omicidi, di cui lui continua  dichiararsi innocente. 

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Bello, direte voi. Figata, direte voi. C’è Eli Roth quindi chissà quanto sangue, direte voi. Lo dicevo anch’io, ma mi sbagliavo su tutti i fronti. Cioè, intendiamoci: potreste continuare a pensarla così se vi guardaste solo i primi due episodi per poi passare direttamente agli ultimi due. Per tutto il resto, c’è Wikipedia. La serie infatti inizia bene, con una trasformazione in Lupo Mannaro davvero inedita in cui il lupo “esce” praticamente dal corpo dell’uomo squartandolo, per poi mangiare le sue interiora. Anche il primo omicidio è proprio à la Roth, con dettagli truculenti e corpo mozzato a metà. Ma qui finiscono le influenze del regista.
I misteri 033113_hemlockgrovepreviewfeat-600x450s’infittiscono e vanno dalle mire sinistre della Godfrey Corporation alla vera natura dei membri della suddetta famiglia, passando per una presunta immacolata concezione. Tutte tensioni che trovano sfogo negli ultimi due episodi, in cui finalmente vengono rivelati i tre misteri principali: chi è l’autore degli omicidi (abbastanza prevedibile, in realtà), cosa sono i Godfrey e chi (con relativo come e perché) ha ingravidato la verginella. Il tutto giustamente condito da un’altra bella dose di splatter di Rothiana memoria. In mezzo? Il Nulla, per 9 episodi. La Noia, per 9 episodi. Alcune pessime interpretazioni che si notano di più proprio per colpa di Nulla e Noia.

Però, parlavo all’inizio della Sindrome di Stoccolma. Vedete, fosse stato per me, questa serie non l’avrei vista fino alla fine. Mi sarei fatta fare qualche spoiler o l’avrei cercato nel fidato web bazar, ma non avrei certo speso 12 ore della mia vita così. Eppure l’ho dovuto fare per motivi accademico-professionali. Bene, ho attraversato grandi momenti di sconforto e sonno irrefrenabile. Ma una volta arrivata agli utlimi due episodi, con tutti quegli accadimenti, tutte quelle rivelazioni, tutta quella violenza, sono arrivata a provare qualcosa di inaspettato: ho provato amore per Hemlock Grove, perché finalmente mi aveva ripagata, perché finalmente non stavo più soffrendo. Ho provato amore per il carceriere. 
Che fosse questa la reale intenzione del torturatore Eli Roth?

Paola Brembilla