Cinema

Hell and back: irriverenza e demenzialità

In “Hell and back” tre amici si trovano catapultati all’Inferno e i personaggi che incontrano, tra insulti e battutacce, non sono esattamente come se li aspettano.

Quando un parco giochi sembra ormai allo sfascio, tutte le speranze per il suo rilancio sono custodite da un arcano libro conservato da una stramba veggente. Tre amici e colleghi decidono di esplorare il misterioso volume….trasportandoli direttamente in Hell and Back.

Tra parolacce, risate facili e aperto dileggio dell’America (e non solo) contemporanea, Hell and Back porta insieme una miriade di elementi pop, con un tono a dir poco dissacrante e a tratti anche disturbante. Bob Odenkirk, Mila Kunis e Susan Sarandon sono solo le punte di diamante di questa animazione disponibile su Netflix, che si conferma ancora una volta decisa a sfidare il senso di comune liceità, ovviamente vincendo la sfida. Se infatti nei primi minuti volgarità e turpiloquio sembrano del tutto gratuiti, questi vanno via via contestualizzandosi in una società che usa quotidianamente il gergo del porno ma che, allo stesso modo, non sa chi era Orfeo. L’effetto è un po’ quello demenziale di The Interview, ma qui l’intento dissacrante è portato a un livello nettamente superiore, mettendo in discussione qualunque nostra convinzione culturale, dalla figura del Diavolo mefitico all’aureo Orfeo.

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La satira di Hell and Back è pungente quanto sfacciata, riuscendo a richiamare continuamente l’attenzione degli spettatori a suon di frasi iconiche, almeno potenzialmente: ogni volta che “il mio culo fa miao” e “figa, culo e compagnia bella” vengono ripetuti, l’attenzione viene ridestata, delineando così continui picchi ritmici e narrativi nel film.

Ma il bersaglio principale dell’ironia non è solo la società e “questi giovani d’oggi”, bensì soprattutto il mondo del lavoro, visto dai piani alti. La gestione dei lavoratori, la conciliazione delle diverse esigenze, l’ambiguo mondo dei sindacati costituiscono le principali fonti di problemi per il Diavolo, costretto a fare i conti con personalità tutt’altro che cristalline nella quotidianità dell’inferno.

Se il sesso pornografico fa da copertina a questa animazione, il lavoro è il contenuto strutturale del racconto concitato e spasmodico del film. Ma anche il gergo basso si fa talvolta carico di critiche etiche e sociali non indifferenti, dimostrando quanto sfacciati si possa essere anche senza aperte volgarità. Esempio principale è il racconto di Orfeo e del suo stupro: il suo interlocutore insinua, con molta vaghezza, che l’abbigliamento dell’allora ragazzo avrebbe potuto indurre il criminale (un albero) a fraintendere i suoi intenti. Per quanto demenziale possa apparire il dialogo, il contenuto è apertamente dichiarato, così come la sua condanna. Non tutto è stupido come sembra in Hell and Back e questa è solo una delle molte dimostrazioni, che includono anche riflessioni sull’indipendenza dei figli dalle aspirazioni e dalla natura dei genitori e sulla cultura delle comodità che genera continuamente obesità e disturbi comportamentali.

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L’affresco infernale narrato da Tom Gianas si popola di concretezza animata, di personaggi realistici quanto disarmanti nella loro purezza. Zero archetipi e consuetudini comiche: la gratuità irriverente e sfacciata con cui i dialoghi conducono la sceneggiatura azzera ogni possibile rimostranza.

Teresa Nannucci