musica: recensioni

Gilles Aubry – The Amplification of Souls (ADOCS Verlag, 2014)

“The Amplification of Souls” probabilmente tenta di fare questo: tirare fuori dal fenomeno, generandone un altro. L’ascoltatore partecipa e interpreta il proprio sentire. Di conseguenza la catena di “creazione di eventi” si mostra come infinita.

Gilles Aubry - Carnage News

La settimana musicale di Carnage continua nella sua rassegna di musica “liturgica”. Se ieri abbiamo avuto modo di testare il suono di David Shea, oggi ascoltiamo Gilles Aubry, sound artist svizzero, produttore di istallazioni, saggi audio, composizioni musicali e performance live. Unisce ricerche culturali ad un approccio uditorio collegando aspetti storici e percezione del suono, etnografia.

Il disco/saggio The Amplification of Souls, oltre all’estratto audio di 34 minuti Amplified Souls che vede come oggetto preghiere collettive, prediche registrate alla Limbabu Ministry Church di Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo), contiene anche la title track che combina tra loro elementi sonori differenti. La materialità del suono si fonde con le complesse relazioni della fede cristiana, credenze tradizionali rappresentazioni neo-coloniali in Africa. Qualcuno potrebbe additare questo lavoro come engagé (e poi? Anche se fosse?), ma la volontà è sicuramente diversa. Musica, testo e contesto annullano le proprie delimitazioni. In uno dei saggi del libro, lo studioso Cristoph Haffter chiede all’autore se vi è una distinzione tra suono crudo rispetto alla musica o al suono musica. Aubry in tutta tranquillità risponde che la questione non riguarda tanto il suono di per sé (qualcuno ha mai sentito il suono “di per sé”? Come la pretesa fenomenologica che sostiene che dal punto di vista del soggetto, si arriva all’oggetto puro, e quindi eliminando il soggetto, per dire che il fenomeno sarebbe identico anche senza quel soggetto che lo esperisce?), ma l’interpretazione materiale e culturale del fenomeno sonoro – interpretazione della produzione musicale e non, una distinzione che, come sostengo spesso, ha a che fare con un bagaglio culturale che permette (o costringe) di interpretare qualcosa dal proprio punto di vista. La materialità della musica (l’amplificazione, la distribuzione e la disseminazione) è ottenuta stando al di fuori dell’area musicale: nell’antropologia, nella storia culturale e nelle arti visive

TAOS_03E se qualcuno interpella Aubry per dargli del decostruzionista (continuano ad esserci persone che utilizzano questo termine, ebbene sì), lui risponde che è questione di integrare una forma di autoriflessione in creatività musicale. Il disco in questione paradossalmente non è concluso, è l’avvio di una ricerca, o meglio, è “una documentazione della ricerca in sé”. La documentazione è poi soggetta ad operazioni ulteriori: spazializzazione, distorsioni, feedback. Ma, e proprio qui sta il punto di tutta la faccenda, va distinto il concerto dal disco. Poiché “la documentazione sonora, quasi in termini etnografici, è accompagnata da una moltitudine di idee, strategie, che io sviluppo nel corso del tempo”. Metodo scientifico? Assolutamente no, non vi sono ristrettezze – come insegnava Feyerabend, il senso anarchico della scienza è situato nel contromovimento del metodo stesso. Il lavoro vede difatti la collaborazione dell’antropologo Johannes Ismaiel-Wendt che ha curato i testi e il materiale fotografico all’interno del libro – anche lì, come un entomologo, rientrano nei vari scatti, oltre gli archivi di cassette infinite di Gilles, il resoconto dell’allestimento per la cerimonia tra casse sfondate, mix invecchiati e microfono di fortuna. La liturgia è ripresa in tutti i suoi aspetti concettuali, emotivi, fisici. Lo scritto Ghee-Zuss: The Sonic Materiality of Belief introduce alla perfezione l’inclusione dei vari elementi nella ricerca di Aubry, che, appunto, non delimita, bensì intreccia le linee di demarcazione della ricerca, ponendo la questione della Fede (Credenza, vogliate tradurla come meglio credete) come un’impostazione di base logico-metodologica. Le semplici parole di introduzione danno una chiara idea di tutta la concezione dello studio dell’artista:
“This is no faint noise, no brittle noise. It is a sonorous noise, one that de- mands to be heard. This unrelenting noise—heard not only metaphorical- ly—is already more the envelope of an amplitude, or the motivated form of an intrinsic line, rather than something shielded or mantled, which some- how remains involuntarily perceived. The humming of static itself proves that something is there”.
Queste sono parole che “iniziano” ad un tipo di rito (perché, Aubry sarà anche osservatore esterno, ma è comunque immerso nel fenomeno – è una costrizione dalla quale è impossibile liberarsi) in cui inevitabilmente si è inclusi. The Amplification of Souls probabilmente tenta di fare questo: tirare fuori dal fenomeno, generandone un altro. L’ascoltatore partecipa all’evento e interpreta il proprio sentire. Di conseguenza, la catena di “creazione di eventi” si mostra come infinita. Che si parli di metodo o di deità il concetto di infinito è sempre quello che ha posto distante l’uomo da un altro mondo, da un’altra vita, e proprio questo incolmabile scarto è motivo di avvicinamento.

Riccardo Gorone