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“Gesù beveva birra”: la storia di un’eresia in salsa lusitana

Il Portogallo è una terra magica, con i suoi scorci intimi e introspettivi, dove i colori abbacinano fino a sfumarsi. Proprio in questo paese fuori dal tempo, imbevuto delle proprie radici, si svolge la storia misteriosa dal retrogusto mistico della realizzazione di un sogno lontano, dalle note di un anti vangelo e il coraggio delle proprie azioni.

Gesù beveva birraL’Alentejo è una regione povera, antica, dove le tradizioni procedono lente, fondendosi col presente e trasportando le caratteristiche di ieri in quelle dell’oggi. Le famiglie sono fiumi che si riversano gli uni negli altri, con le credenze popolari a fare da sostrato a certi anacronistici destini che, nonostante l’incedere delle stagioni, rimangono sempre gli stessi, generazione dopo generazione. Rosa è il frutto di tutto questo: figlia di João Lucas Marcos Mateus, chiamato così da sua madre in onore dei quattro apostoli affinché lo proteggessero da ogni lato (sopra, sotto, a destra e a sinistra), è rimasta sola al mondo con sua nonna, Antónia. Da sempre la loro famiglia ha coltivato la terra, la loro unica fonte di sostentamento. Ma adesso i soldi non bastano più e la terra è avara, non restituisce abbondanza dalla dedizione e dall’amore che le viene riservato. Così Rosa, riluttante fino al diniego, è costretta ad abbandonare casa sua e trasferirsi da Miss Whittemore, una ricca signora inglese che vive in una casa che sembra un castello e che dorme in un letto fatto dallo scheletro di una balena, come ulteriore membro della sua servitù. Lì scoprirà non solo il lusso e le regole di un lavoro a contatto con altri esseri umani, ma anche le pieghe più nascoste dell’animo umano. A fare da corollario a quell’austera Madama, dall’eloquio forbito e dai ragionamenti inattaccabili, si muovono tutta una serie di strani personaggi: il Dottor Borja, professore in pensione, sedicente seguace di Diogene di Enoanda (un antico poeta/filosofo greco) e impegnatissimo ad intavolare interminabili discussioni filosofiche; il sergente Oliveira, burbero e scontroso, costantemente alla ricerca del colpevole che, nottetempo, imbratta i muri della villa di Miss Whittemore, con strane e criptiche frasi; non ultimi, un bramino indiano e un sacerdote nigeriano, che formano con la padrona di casa uno strano triangolo intellettuale. Ormai chiusa in questo destino, Rosa non nutre più speranze di cambiare vita. Eppure, un giorno (non senza preavviso, le condizioni di Antónia peggiorano sensibilmente, lasciandole poco tempo da vivere. Ecco allora la nipote approntare un assurdo piano pur di esaudire l’ultimo desiderio di sua nonna: visitare Gerusalemme. Data però l’impossibilità di farle prendere un aereo e trasportarla in Terra Santa, riesce però a trovare una soluzione geniale: ricostruire lì, in quell’angolo di Portogallo, la Città Santa. D’altronde, come dice l’antico proverbio, se la montagna non va da Maometto, sarà Maometto ad andare alla montagna. Tutta la città collaborerà, anche un’abile e smaliziata spogliarellista di un aerobar aperto 24 ore su 24, pur di garantire la riuscita del piano, ma se padre Teves (il prete del paese) si ribellerà alla sacrilega messinscena, cosa potrà mai succedere?

Curiosa è l’esegesi del titolo: “Gesù beveva birra” (Afonso Cruz, LaNuovaFrontiera, 238 pp, 2014, 16,50€) è una delle credenze, nonché uno dei tre pilastri intellettuali, di Borja, il quale sostiene che la birra non è altro che l’esemplificazione del processo vitale. Il grano, morendo, diventa malto, il quale, disfacendosi, si tramuta in spirito. Da qui si evince che sarebbe stata la birra (e non il vino) la bevanda più diffusa a quei tempi. Curioso poi il parallelismo tra la birra stessa e Gesù: entrambi, infatti, devono morire per poter far sì che la vita, la vera vita, abbia inizio, ritornando a noi sotto un’altra forma. È una delle svariate modulazioni del concetto di vita presenti nel romanzo, che si dipana lungo le direttrici care a Saramago e Jodorosky: paradossalità, tradizione e misticismo. Si percepisce forte, potente, il legame col passato, trasmutato però in chiave onirica, magica; le atmosfere sono soffuse ma nitide, non mancando della precisione linguistica e intellettuale necessaria a creare un universo compatto ma discreto. Nessun personaggio sembra uscire dalla vita reale (né tanto meno potervi fare ritorno): troppo ridondanti i dialoghi, retrò i comportamenti, illogici le conseguenze. Eppure, proprio perché la letteratura non è (sempre) il regno della diretta riproposizione del reale, tutti questi elementi funzionano. Perché, appunto, sono “funzionali” alla storia, a queste auree mistiche che sembrano circondarli e a questo retaggio che sembra trasudare dai loro sguardi e movimenti.