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Game of Thrones 6: il giusto mezzo dopo “hold the door”

Dopo il tot-traduzione di “Hold the door” la sesta stagione di Game of Thrones sta cercando la sua virtù principale nel giusto mezzo con cui distribuisce gli eventi

SPOILER ALERT!

Dopo il piacevole divertissement offertoci dal “toto-translation” della settimana scorsa di ( hold the door ), è tempo di tornare al cuore delle questioni narrative di Game of Thrones: chiusa una porta, si apre un portone.

Quello che colpisce di questa stagione è la condensazione estrema degli eventi significativi: ormai succede ad ogni puntata qualcosa di epocale. Ve la ricordate la bella sensazione di quando si arrivava all’episodio 9 con la certezza di dire “finalmente qui so che succederà qualcosa di grosso”? Bene, anche questa certezza, forse l’unica che Game of Thrones ci aveva lasciato, se n’è andata. Ora il lunedì mattina vediamo l’episodio come se andassimo in battaglia, sicuri delle nostre competenze ma sempre all’erta: ci mettiamo in testa la bandana rossa dell’agguerrimento e stringiamo tra i denti il coltello del pronti a tutto. Rambo? Bitch please.

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Questa strategia narrativa è però, se non proprio un Dio dai Mille Volti, almeno un Giano Bifronte. Il lato positivo, ovviamente, è che mai come adesso abbiamo una proliferazione delle storylines, che vanno avanti in pompa magna, con nuovi eventi, nuove alleanze, gente nuova, gente vecchia che si rinnova. Daenerys, Bran, Jon Snow e Sansa, Arya, Margaery, Theon e via dicendo sono tutti protagonisti di micro-nuclei narrativi che procedono in parallelo, come le vetrate ricche e colorate di una cattedrale gotica: diverse, autonome eppure tutte collegate a formare una storia comune e a tenere in piedi quel monumento narrativo che è Game of Thrones.

E allora perché una vocina nella testa ci dice che c’è qualcosa di strano? Schizofrenia a parte, potrebbe essere che qualcosa in questo idillio non funzioni. E quello che stona è la fretta.

Le precedenti cinque stagioni avevano assorbito l’adagio “chi va piano va sano e va lontano”: la serie proseguiva con cadenza lenta e poi, più o meno improvvisamente, sganciava una bomba narrativa che, come  un sasso lanciato in uno stagno, si espandeva e propagava per qualche tempo. La sesta, invece, non sgancia bombe una tantum, ma bombardamento a tappeto –   e a me non piace l’odore del napalm il lunedì mattina – che ci dà più informazioni di quelle che riusciamo davvero a metabolizzare.

È vero che abbiamo aspettato a lungo di trovare finalmente il bandolo della matassa, vedere tutti i pezzettini andare al posto che avevamo ipotizzato, o comunque trovare una collocazione nella trama. Innegabilmente, ad ogni episodio ci sentiamo appagati e su di giri, come una tabagista che assapora il tiro di sigaretta, ma io ho sempre pensato a Game of Thrones come a un sigaro pregiato, che va centellinato e assaporato con molta calma.

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Questa sesta stagione si trova quindi nella posizione del funambolo. Da un alto del bilanciere abbiamo la ricchezza della storia, gli sviluppi e le svolte sempre più consistenti che riguardano un gran numero di personaggi. Dall’altra parte, invece, abbiamo la velocità con cui sta accadendo tutto, e la portata narrativa di ogni singolo episodio sempre più a rischio di schiacciarci e di sopraffarci.

La vera bellezza di questa stagione è forse tutta qui, nella capacità di pendere da una parte o dall’altra a seconda dei casi, di alternare velocità, quantità e importanza degli eventi, come in 6×06 Blood of My Blood, a momenti più lenti e riflessivi, simili all’andatura delle stagioni passate, come in 6×07 The Broken Man, o altri in cui c’è una singola bomba davvero grossa, come il 6×05 The Door.

In medio stat virtus.

Sara Casoli