musica: recensioni

FJAAK – FJAAK (Monkeytown, 2016)

Se i padrini con Monkeytown avevano fatto faville (diciamo pure solo loro, vista la moria d’nventiva all’interno dell’etichetta, nonostante tutto), i FJAAK non lasciano particolarmente il segno.

0817231013156_600Allora, questa uscita è davvero qualcosa che chiunque ha già sentito. Non c’è nulla di nuovo, se non il nome o la formazione. All’etichetta Monkeytown viene accolto il trio con base a Berlino FJAAK con questa produzione, Wolves.

Felix Wagner, Aaron Robig e Kevin Kozicki erano ancora adolescenti quando hanno sviluppato il loro sound (svezzati nela scena Berlin Spandau) e dal 2014 sono permanentemente stati adottati dalla label dei Modeselektor. Come il trio può sembrare stupefacente in termini live ( si consideri il loro Against The Clock in studio da cui è stato proprio tirato fuori l’omonimo Against The Clock all’interno del disco – che senza l’apporto visivo, sfuma in un esercizio di aggiunte), quello che possiamo trovare nell’incisione è meno impressionante. La loro capacità di sfornare movimentate jam session non basta a rendere compiute queste attività, o almeno, fini a se stesse. Se i padrini con Monkeytown avevano fatto faville (diciamo pure solo loro, vista la moria d’nventiva all’interno dell’etichetta, nonostante tutto), i FJAAK non lasciano particolarmente il segno. Diciamo che la loro techno stratificata, sezionata, razionalizzata, si muove su linee parallele che sembrano non toccarsi mai.

La sensazione è come quando qualcosa sfugge dalle dita, non riesce ad andare in profondità (almeno, questa è la mia impressione). Forse troppe stratificazioni impediscono di arrivare al nocciolo della produzione? Eppure questa è una signora produzione (suoni pieni, variabili di ampiezza, dinamici, fluidi, col sapore del realtime), ma le tracce sembrano snaturate dalla smania di aggiungere elementi (un po’ come fanno anche i loro colleghi [invecchiati, e parecchio] Mouse On Mars che, a parte le luminose glorie passate, ultimamente sono molto godibili live e le loro produzioni da studio mera masturbazione tecnica da astinenza di effetti speciali). Si parte per esempio con Spnd Ballett che aggiunge a ritmi break di pad, droni, per poi sommare i due mondi distanti. Ma questo accade anche con Sixteen Levels (probabilmente il titolo indica il numero degli elementi usati): un guazzabglio di varie ritmiche per un quasi kraut dubstep, pad eterei, modulari e via andare, il resto è gravità zero.

La title track, che segue le stesse dinamiche, come tutte le tracce, si distingue per i suoi fraseggi elementari ma d’effetto, come vuole essere d’effetto anche Snow (ma anche qui, la sensazione che i ritmi appiattiscano il tutto è dura a morire). E non basta la collaborazione con Rodhad per fare di questo Wolves qualcosa di memorabile, senza farsi distinguere dalle altre tracce; e non bastano nemmeno i padrini che sparano alto i loro fuochi d’artificio ma, appunto, per diventare esclusivamente fumo negli occhi. Io non ho niente contro questo trio, né contro la Monkeytown e i suoi parti, ma, a parte la bravura tecnica, l’inventiva sembra ben poco scaturita da menti brillanti, quanto dalle possibilità odierne di produzione.

Che poi oggi molta della musica sia “questione di produzione” è fuor di dubbio, ma c’è anche chi cerca la “poesia” e non per forza musica “prosaica”, “musica-strumento”, amusement music. Ecco, a questo giro io cercavo quello. Non è colpa di nessuno, ma volevo un po’ di luce e mi hanno sparato due fuochi d’artificio. Un conto è la luminosità, un conto è la qualità della luce, come la differenza che c’è tra abbaglio e conversione.

Riccardo Gorone