Cinema

Filmmaker di domani: Visceravisions

Viscere, tatuaggi e una sana dose di tette: sono questi gli ingredienti usati dai Visceravisions, nuovi protagonisti di Filmmaker di domani.

Tatuaggi, barba folta, ciuffo imponente e sguardo da duro: Federico Scargiali assomma su di sé tutte le caratteristiche dei film targati Visceravisions, un gruppo di professionisti, ma soprattutto appassionati, che creano immaginari decisamente sopra le righe. Se un’ipotetica “Buoncostume” avrebbe da recriminare molto, in realtà i racconti horror e gore da loro costruiti permettono di aprire scorci su riflessioni interessanti riguardo la vita e la condizione umana in generale.

Abbiamo incontrato Federico, regista e co-fondatore del gruppo, per capire meglio cosa si nasconde dietro la creazione di tanta forza visiva.

– Come nasce l’identità di Visceravisions? Vi occupate della realizzazione dei vostri progetti a 360° o collaborate anche con altre personalità?

Visceravisions nasce come collettivo di un certo numero di figure tecniche con la passione per il genere, qualunque esso sia, per collaborare nella realizzazione di cortometraggi, videoclip e quant’altro. Col tempo, a rotazione alcuni membri sono cambiati, ma la base è sempre la stessa. Attualmente siamo in quattro: io, Patrick Casasola, Luca Luisa e Daniele Trani. Come il mostro del dottor Frankenstein, Visceravisions è composta da diversi corpi in un’unica mostruosa entità, senza rilevare effetti collaterali (almeno per il momento). Quindi mi sento di affermare che, prima di tutto, Visceravisions è una dichiarazione d’amore nei confronti del genere fatto alla vecchia maniera. Quello tangibile e materiale, quello degli effetti artigianali… perché non si può essere viscerali con i pixel. Non disdegniamo assolutamente collaborazioni esterne. Recentemente abbiamo lavorato con Edo Tagliavini, Domiziano Cristopharo e Michael Segal e qualche anno fa con Lorenzo Bianchini.

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– Il genere che frequentate ha raggiunto l’apice nei decenni scorsi, come riuscite a far dialogare presente e passato? Quali sono le vostre principali fonti di ispirazione?

Il genere è una cosa attualissima e anche piuttosto viva, soprattutto al di fuori dell’Italia e può essere ancora sfruttato in molti modi, per esempio a livello sociale (come in Life. Love. Regret.). Per quanto riguarda l’utilizzo dei corpi, la sessualità deviata, la violenza realistica ma esasperata, l’ispirazione è ampia e viaggia da Cronenberg, Carpenter, Miike e Tsukamoto, per passare a Joe R. Lansdale e Garth Ennis. Oggigiorno suppongo sia impossibile non essere “figli di qualcuno”.

– Sia nei film che nelle comunicazioni esterne curate molto il lato estetico: dalle foto sui social ai modellini utilizzati nei corti, è tutto “molto bello”. Perché dare tutta questa attenzione all’appeal comunicativo?

La risposta è molto semplice. Il cinema è fatto di immagini, se quell’apparato non viene curato non sei più un regista ma un semplice mercenario.

– Soprattutto nei film di genere, gran parte della magia della finzione è dovuta al trucco e agli effetti speciali. Nella vostra scelta estetica privilegiate il lato artistico o quello spettacolare?

A seconda di quello che vogliamo comunicare utilizziamo differenti modalità, dal baraccone di arti volanti e spruzzi di sangue su parete di Murder Mansion alla violenza esagerata ma tendente al realismo di Life. Love. Regret..

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– A livello distributivo, per questo tipo di prodotti, com’è la situazione italiana rispetto a quella estera?

La distribuzione in Italia è tragica e pressoché inesistente (per non parlare della produzione), ormai si lavora direttamente per l’estero, dove ci sono sicuramente più possibilità. Il vero problema comunque non sono le distribuzioni in sé, quanto la produzione effettiva. Non è un caso che lavori come Life. Love. Regret. e Through your Lips abbiano girato molto di più tra America, resto dell’Europa e Asia, piuttosto che in Italia.

– Le vostre figure femminili sono sempre centrali e molto controverse: da motore narrativo in Creature from the Back Lagoon a padrona della vita in Life. Love. Regret. fino ai corpi di Murder Mansion. C’è un senso univoco da dare ai personaggi femminili?

Tralasciando Murder Mansion che è pura mattanza da intrattenimento, parliamo molto spesso di rapporti umani e credo sia inevitabile includere la figura femminile. Magari con uno spessore maggiore della biondina tettona che muore per prima. Vi abbiamo mostrato donne di diverso tipo e continueremo a farlo con personaggi di tutto rispetto.

– Soprattutto nei video musicali, coniugate il lato figurativamente gore delle relazioni umane con mezzi poetici: penso per esempio a Outside (The Selfish Love). Come si conciliano due linguaggi diversi come la danza e le viscere?

In quel video si parla di un amore viscerale, quello che ti distrugge e non lascia via di scampo. Abbiamo cercato di farne una trasposizione dal figurato al tangibile.

– Le immagini centrali dei vostri film sono sempre molto impressionanti: dal parto cannibale al suicidio assistito. Da cosa nasce l’esigenza di trattare questi temi?

Ci sono svariati modi per comunicare qualcosa. Puoi farlo sottovoce, girando una scena offscreen e lasciando il resto all’immaginazione, o puoi gridarlo a voce alta costringendo lo spettatore, come Alex di Arancia Meccanica, a prendere coscienza dell’orrore sullo schermo.

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– In alcuni casi, per esempio con Through your Lips, in cui viene spontaneo chiedere: ma come vi vengono in mente queste idee? Anche perché sfruttate durate brevi (anche sotto il minuto). Come nascono i progetti?

Ogni corto (o videoclip) è nato in maniera diversa: una volta è stata la sfida di un contest per cortometraggi realizzati con il cellulare; un’altra volta volevamo sperimentare e trattare in maniera differente il tema del suicidio; un’altra ancora volevamo rispondere alla provocazione di “Ma non si può fare una commedia romantica di fantascienza!” “Ah no?”. Le durate brevi, poi, sono funzionali, servono a farsi conoscere e, soprattutto, a contenere il budget.

– Nella vostra esplorazione di generi e mezzi non manca una web serie. Me and My Black Friend è un vero e proprio divertissement antropologico. Com’è nata?

La web serie, purtroppo, è nata e morta in un istante per via di altri impegni lavorativi, ma non c’è da preoccuparsi perché stiamo per tornare con una nuova, COMPLETA, freschissima e roboante serie sempre in linea con Me and My Black Friend. Non potevamo abbandonare così il nostro caro e amatissimo metallo.

– Ultima domanda di rito: quali sono i progetti futuri? Avete pensato di realizzare anche lungometraggi?

Ovviamente abbiamo in programma dei lungometraggi di cui non posso, per ora, assolutamente parlare. Stiamo lavorando anche svariati videoclip, tra cui uno che potrei definire come “Gesù incontra Evil Dead”. Uscita prevista: fine maggio. Risate garantite. Come accennavo, arriverà presto anche la web serie Black is the New Black e, per finire, abbiamo di recente ampliato i nostri orizzonti realizzando alcuni lyric video.

Teresa Nannucci