musica: recensioni

Equipo – Simulaciones (Clang, 2015)

Equipo fa proprio questo suo modo di concepire la simulazione e lo fa con un disco che è mélange di diversi generi dell’elettronica (urban/street, downtempo, trip-hop, house, IDM, techno, ambient ecc.). “Simulaciones” porta verso un caleidoscopio generativo in cui si segue un flusso di influenze.

PresentiaEQUIPO - Carnage Newsmo un disco-manifesto (forse inconsapevolmente) che parte da una semplicissima considerazione, da un ricordo di un viaggio in macchina – ‘foresta fitta, traffico scarso, nessuna conversazione. La musica invade lo spazio. (…) La musica sembra vicina alle sfere post-industriali, ma nessuna traccia di macchine del rumore che operano dietro la superficie sonora. (…) Non vi è più una distinzione tra gli estremi: dance e ambient, analogico e digitale. Pura manipolazione, una perfetta correlazione  tra quello che è attivo e passivo, come avrebbe detto Baudrillard. Puro piacere. Continuo a guidare (…). Mi giro verso il passeggero chiedendogli di chi fosse quella musica. “È mia”, dice, “È il mio ultimo disco”.’ – in cui il protagonista cade in quella trappola che ci inganna, che ci dice che i generi sono distinti, che tutto ha una propria coerenza, che c’è una logica da ripercorrere ogni volta che si ascolta o che si suona.

Juan Cristòbal Saavedra, conosciuto come Equipo, assembla house, techno IDM, elettronica, dub, minimal e intervenendo nel multimediale (arte, cinema, interdiscpilinarietà). Questo disco si intitola Simulaciones e a cosa si riferisca è il racconto iniziale. Molto semplicemente quando qualcosa tenta di replicare qualcos’altro, questo qualcosa, si allontana sempre di più dal qualcos’altro, poiché la replica deve avvenire in colui che replica, non nel replicato. Ecco così che, una volta che la replica è terminata, esisterà esclusivamente la simulazione dell’altro (e anche dell’uno, visto che non appare più come l’uno, ma come l’altro). Come la musica in macchina simulava delle sorgenti che però non avevano a che fare con essa (suona come elettronica, ma non è elettronica; sembra post-industrial, ma non è), così il meccanismo di replica è altamente distante sia dall’uno che replica che dell’altro replicato. Il risultato è “la simulazione”. Equipo fa proprio questo suo modo di concepire la simulazione e lo fa con un disco che è mélange di diversi generi dell’elettronica (urban/street, downtempo, trip-hop, house, IDM, techno, ambient ecc.). Simulaciones porta verso un caleidoscopio generativo in cui si segue un flusso di influenze. Unico difetto: la distanza tra il concetto e il risultato acustico. Cioè, se il messaggio che questo disco manda, è originale e, perché no, rivoluzionario (non nel senso di primigenio, ma nel senso di qualcosa che scardina un modo di pensare che comunemente è seguito), l’opera, nel suo insieme, non suona rivoluzionaria – qualcuno le darebbe una definizione, tipo minimal/ambient o avant-IDM, ecc. ma sbaglia – ed Equipo ha già messo le mani avanti, e ci lascia senza parole – perché le parole, quelle parole che servono a catalogare, non c’entrano proprio nulla con la musica (quello che scrivo compreso).

Ecco che quindi, la vera rivoluzione avviene nel considerare “normale” questo scardinamento. Una pratica comune è il travestimento di un capovolgimento, di una nuova considerazione della definizione di “genere”, come grappolo di influenze. Ecco, le influenze sono simulate, come colui che, per misurarsi la febbre, mette di nascosto il termometro sopra il termosifone e poi prende per buona la temperatura comunicata. Simulazione d’influenza.

Riccardo Gorone