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Otso – Dendermonde (Elli Records, 2016)

Dendermonde è quel mondo che a volte cerchiamo, che tentiamo di raggiungere quando questo non basta o quando questo ci dà il materiale per poter ricercare l’altro.

el03_frontOtso Lähdeoja è un compositore finlandese che lavora nella solitudine. Uno come tanti tra tanti che, nella sua dimensione spazio/tempo costruisce tavole sonore con ogni più disparato espediente. Chitarrista ed esploratore, il Nostro non è solo, nonostante maturi le sue cose in solitudine: coinvolge ensemble, gruppi e lavori in solo tra Francia, Belgio, Canada e Finlandia. Otso presenta il suo disco Dendermonde contenente tracce per fantasmi e antenati, che riescono ad evocare spiriti. O almeno, lui ha concepito questo disco per ristabilire un rapporto con loro per trovare una connessione tra la sua vita presente e le sue passate. Non è nemmeno un caso che il Nostro indossi una maschera da orso (nell’antica lingua finnica “Otso” significa proprio “orso”) che usa come tramite per la sua musica tra lui e gli spiriti. Dendermonde propone il progetto di “tecnologia sciamanica” per accedere alla trascendenza.

Registrato tra Québec, Svizzera, Belgio e Finlandia, l’album è un misto di acustico ed elettrico come ricerca di un posto in cui questi due aspetti riescano ad essere combinati per creare un materiale unico nel suo genere. Del resto anche Otso è un po’ unico nel suo genere. Prima della musica (e cioè prima di melodia, armonia e ritmica) arrivano le immagini che ricercano un blues elettronico (premettiamo che nel disco non c’è traccia di blues, c’è qualcosa che richiama il vero carattere del blues, il suo procedere dinoccolato, sporco, alterato, un po’ lo spirito che troviamo in altri chitarristi nordici come Stein Urheim o come Ivar Grydeland che compongono complesse architetture scavando nei glitch sonori delle loro sorgenti) diluito con parti di field recordings e sottofondi noise. Capacità di Otso è di saper modulare il suo linguaggio come in QC Underground, che coi suoi claudicanti chitarrismi acustici riesce a cullare, così come in Banshee, le sue alterazioni ritmiche, riescono ad accattivare il flow IDM; Overwinning, quasi psichedelica, quasi Nick Cave, oltre Bushmann’s Revenge, metà Jackie O’ Motherfucker riesce a mescolare i generi e le atmosfere. Mue End, nella sua semplicità, placa e commuove con le sue lente espansioni unite a field recordging.

Dendermonde è quel mondo che a volte cerchiamo, che tentiamo di raggiungere quando questo non basta o quando questo ci dà il materiale per poter ricercare l’altro.


Riccardo Gorone