musica: recensioni

Ekoplekz – Bioprodukt (Planet-Mu Records, 2017)

Sempre sotto l’ala del dub, Edwards mostra l’aspetto più matematico della sua creatura elettronica, che si è evoluta senza piaggerie di sorta, con la genuina voglia di immergersi nel proprio mondo, ma maturando, crescendo, senza ascoltare il grido del trend.

ZIQ386_frontDopo diverse prove di sperimentazione, Ekoplekz aggiusta il tiro una volta per tutte e il suo estremismo si fa “radicalismo” con il solo utilizzo di modulari che riescono a declinare le sue invenzioni, in più forme. Se il suo pallino era il dub, a cui spesso accennava, adesso Bioprodukt è intriso di dub tanto caro a Nick Ewards. Una bella pulizia del suono, mettere in chiaro gli highlights compositivi che lo hanno caratterizzato in questi anni e fare tabula rasa di tutto il resto. Edwards ha dato ampio spazio alle geometrie e ai ritmi, piuttosto che alle sound pallettes dei suoi wall of sound caldi, soffusi, oceanici spesso.

Qui invece Ekoplekz punta la sua lente d’ingrandimento e cura i dettagli, i timbri, gli incastri ritmico-melodici, lasciando da parte le fascinazioni armoniche generali, con meno romanticismo, con più stratificazioni e meccanismi che disvelano le loro regole mano a mano (già dai titoli Acid Acrid, o Elevation, Transcience, o la splendida Expedition). I modulari nelle loro infinite vesti riescono a emulare bassi, ritmi ottenuti da patch, griglie acid, pad diafani, e i classici suoni da patch che si autodefiniscono appena ascoltati.

Sempre sotto l’ala del dub, Edwards mostra l’aspetto più matematico della sua creatura elettronica, che si è evoluta senza piaggerie di sorta, con la genuina voglia di immergersi nel proprio mondo, ma maturando, crescendo, senza ascoltare il grido del trend.

Riccardo Gorone